Federico Cappellina a San Bonifacio

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Testo: Angela Lion

Arrivare allo studio di Federico Cappellina è come raggiungere la meta di un pellegrinaggio: un luogo sperduto, quasi a consolidare il proprio operato nel silenzio di una realtà che nulla ha a che vedere con gli input acquisiti nel girovagare globale. L’ambiente è profondamente materico: campioni di ogni genere – dai rivestimenti tradizionali agli elementi tecnologici di ultima generazione – posizionati lungo una breve scala in cui si apre, al di là di una porta di legno, un mondo tutto da scoprire.

 

 

Lo IUAV dal 2001, anno in cui si laurea, inizia a stargli stretto: la mente è proiettata altrove, a New York, il grande sogno. Purtroppo quell’anno, dopo la caduta delle torri gemelle, un insediamento nella Grande Mela non era pensabile. Si trasferisce per circa un anno a Milano, lavorando senza fissa dimora in diversi studi di architettura, formandosi sulle pratiche edilizie, i restauri, la progettazione degli interni e non solo. Presso lo studio Caruso-Torricella partecipa ad alcuni concorsi internazionali, tra cui quello per l’Egypitian Museum a Giza. In questo frangente si confronta per la prima volta con un’architettura ‘spinta’, così la definisce.

 

Dopo questo assaggio, Federico grazie all’amico e collega Gianluca Milesi arriva finalmente a New York. La metropoli non è poi così dispersiva come sembrava: attraverso dei contatti italiani approda allo studio di Peter Eisenman. Un’esperienza indimenticabile, racconta: “la facoltà di architettura italiana ti rende timido nel progettare, non ti consente di avere una volontà senza limite”. Qui finalmente scopre quella libertà di linguaggio che ricercava. Lo studio è un magazzino di lavoro, fisico e mentale. Eisenman – racconta – teneva nel proprio “arsenale” due plastici di Terragni, che rappresentavano il simbolo di un pensiero purista. Conoscere un grande architetto nella quotidianità del suo lavoro è stato l’insegnamento più alto. Dal maestro scopre come i bozzetti siano una risorsa inesauribile: partendo da questi non ci si pone mai una fine, mentre la tecnica aiuta a risolvere i problemi progettuali.

 

Grazie ad AGAV Eisenman, che non aveva mai operato nel nostro paese, approda in Italia proprio a Verona, con la memorabile installazione a Castelvecchio de ‘Il giardino dei passi perduti’. Per una serie di coincidenze è lo stesso Federico a seguire la realizzazione dell’opera, dal progetto all’esecutivo, nell’atelier newyorkese, dove complessivamente rimane per 13 mesi.
Tornato in Italia, inizia a progettare in proprio secondo l’insegnamento ricevuto, ‘senza limite’. Nel 2008 la realizzazione a Lonigo di Villa MF segna una tappa importante: un’abitazione unifamiliare dal carattere forte e dalla estenuante ricerca tecnica. Le linee semplici e pulite non lasciano spazio all’imprecisione della forma, dove una semplice scala interna diventa, oltre che elemento strutturale, elemento conformativo dello spazio in cui si colloca.
A nessuno dei suoi lavori sembra voler dare una linea di continuità, sebbene quel filo conduttore, tacitamente celato, sia sempre percettibile nei progetti realizzati e in quelli a venire.

 

Il restauro di Villa Negri De Salvi (attuale sede municipale) ad Albettone, un lungo lavoro iniziato nel 2005 e conclusosi nel 2011, ha segnato in maniera puntuale una approfondita ricerca della stratificazione negli edifici storici. Un lavoro che ha comportato fatica e grande dedizione: partendo dall’assunto che il progetto non deve adattarsi al progettista o alle condizioni al contorno, Cappellina, adoperandosi per la conservazione del bene monumentale, effettua un lavoro di cesello nella riscoperta e nella capillare analisi degli elementi caratterizzanti la tecnologia costruttiva del manufatto. Non a caso, l’avvicinamento alle moderne tecnologie delle residenze passive e allo studio delle forme in relazione alle diverse tipologie costruttive, differenziando le parti per funzioni e ambiti, gli ha consentito di perfezionare questo lavoro sulla fisicità dei manufatti.

 

Villa CD ‘Diamante’ a San Bonifacio è il primo di alcuni esempi entro questa linea di ricerca. Un edifico monofamiliare ai margini di una zona agricola, e il suo primo progetto – corre l’anno 2010 – di casa passiva. Il confronto con la normativa e un approccio “costruttivo” con gli uffici tecnici diventano fondamentali. Una approfondita analisi del contesto parte dal limitrofo Palaferroli e dall’adiacente area industriale, ma non essendo stato accolto in origine il nuovo pensiero architettonico, viene presentata una sorta di appendice tipologica al progetto, nella quale vengono esaminati venti esempi in ambito agricolo. Un vero e proprio manuale degli elementi e dei caratteri tipologici per spiegarne la filosofia progettuale, da cui si apre un confronto dialettico tra le parti. Si rivela così un problema concettuale molto profondo, ovvero cosa si intenda comunemente per architettura. Non è possibile costruire un’abitazione in tecnica rurale, intesa come povera – sostiene Federico. Bisogna cambiare i caratteri tipologici e portarli verso una lettura contemporanea, così come lo studio delle tecnologie che dev’essere approfondito e metodico. Il fronte su strada a nord, la parete a ovest sviluppata su un lungo corridoio ove batte il sole durante tutto l’arco pomeridiano, porta l’immobile a una resa energetica inferiore ai 15 Kwatt.

 

Arrivare a un risultato importante come la realizzazione di Villa CD è la manifestazione di quella difficoltà di procedere che nasce dalla non conoscenza e dalla mancata accettazione dell’architettura moderna. Ed è per questo che il lavoro più ostico da affrontare parte proprio dalla committenza e approda agli enti.
A Soave sta sorgendo un progetto che ha avuto forti limitazioni da questo punto di vista, a causa di un vincolo paesaggistico determinato dalla vicinanza al centro storico. L’unico progetto di abitazione residenziale con tetto piano esistente nella cittadina risale agli anni Settanta. Questo esempio di casa passiva – Home SD – è ancora più ‘spinto’: volumi architettonici puri, con il ribaltamento della funzione distributiva – l’affaccio della zona giorno è verso monte – dall’effetto scenografico; l’inserimento al primo piano di un schermo intagliato metallico non solo crea un effetto decorativo all’interno dell’edificio, ma rende distinguibile e contemporanea l’opera. La continuità del muro di cinta del fabbricato dialoga con la perimetrazione in sasso a vista dell’adiacente area, avvalorando la lettura approfondita di un tessuto territoriale in trasformazione. Il problema iniziale con i Beni Culturali non è stato affatto superficiale: il progetto di per sé si distingueva; quelli che venivano messi in discussione erano i criteri di valutazione.

 

Valutazione che l’ipotesi progettuale Cengiarotti, nel centro storico di San Bonifacio, disattende completamente. Ogni aspettativa di stampo conservativo in questo caso viene meno: la facciata su strada, dal sapore retrò, si inserisce nostalgica di un passato ormai perduto, celando al suo interno un’esplosione compositiva quasi caotica. Anche in questo caso vi è un consapevole richiamo al lavoro di restauro e a un maniacale perfezionismo nella scelta degli elementi e dei materiali. Un’interazione di linee e sovrapposizioni volumetriche in cui si riflette l’articolazione speculare degli elementi bidimensionali. Quanto ritroviamo a terra altro non è che l’immagine riflessa proiettata nella verticalità degli elementi rappresentati. Variazioni cromatiche, pieni e vuoti, matericità in un articolarsi armonioso. Quell’analisi progettuale che si pone ‘senza limiti’.