Sonia Iorio De Marco a Verona

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Testo: Angela Lion

Architettura è Donna. Questo è quanto ci trasmette attraverso il suo operato Sonia Iorio De Marco, articolato e composito nome per una personalità iridescente. Un percorso professionale delineato da una strada tutt’altro che lineare, un travaglio architettonico interiore che fa da filo conduttore alle idee di questa professionista.
Il poliedrico iter di studi universitari, ricco di incontri decisivi, segna profondamente il suo modus operandi. Milanese di nascita, è il Politecnico il punto di partenza verso la Spagna e la cultura stilistica ‘globale’: gli studi presso la ETSAM a Madrid, il rientro per conseguire la laurea nel capoluogo lombardo, da cui subito riparte alla volta della capitale spagnola per altri due anni, continuando a collaborare con Javier Bellosillo.

 

 

L’incontro con l’architetto madrileno rappresenta la svolta: di spirito estremamente forte, uomo di grande vivacità culturale e fuori dalle righe, comporta per Sonia una grave crisi di identità professionale. È qui che inizia la fase di rottura in cui a parlare non è l’architetto, ma il segno da lui tracciato. Cosa significa progettare, e fare architettura? Per quale fine? Il foglio bianco deve essere rappresentato poiché la teoria dell’architettura da sola non è in grado di riempirlo. La biblioteca di Madrid diventa un porto sicuro dove ricomporre le fila di un tessuto logorato da questi interrogativi. L’architettura contemporanea proposta dalle riviste internazionali è oggetto di una analisi quotidiana, ripercorrendo l’esperienza moderna con un’attenzione maniacale per ogni singolo progetto, in ogni suo dettaglio. Ad un tratto tutto quel sapere di architettura, che era rimasto tacito, si manifesta in modo dirompente mostrandone la vera vena e la propria libertà di espressione: spiccare finalmente il volo grazie alla consapevolezza di un metodo di lavoro in cui l’elaborazione progettuale avviene anche attraverso la manipolazione e la continua trasformazione dei plastici di lavoro. Una trasformazione incessante supportata da schizzi, disegni in scala e modellazioni tridimensionali.

 

 

La scoperta spagnola la riporta in Italia: ecco incombere gli anni del dottorato in progettazione architettonica e urbana, un interesse da tempo coltivato per la ricerca accademica che si compie al Politecnico di Milano, dove con altri due compagni d’avventura intraprende un importante lavoro guidati dal professor Nico Ventura sotto l’egida di Ernesto D’Alfonso e Sergio Crotti. Sono anni duri e serrati di ricerca formativa, con Henri Ciriani e Michel Kagan presso l’École Nationale Supérieure d’Architecture di Parigi-Belleville per promuovere il progetto di ricerca, fino al suo concretizzarsi nella la tesi intitolata ‘Dal paesaggio all’astrazione’.
Sembrava tutto ormai chiaro e stabilito. In realtà la vita riserva sempre mille e una sorpresa. Il bivio: la scelta sofferta tra la carriera universitaria e la libera professione. Quest’ultima – pur rimanendo la ricerca il pensiero trainante – ha il sopravvento, e da qui inizia un nuovo capitolo con lo studio aperto a Verona, ‘ultimo’ punto di partenza. Una città ‘provinciale’ rispetto alle metropoli in cui Sonia a lungo ha lavorato e dalle quali ha ricevuto importanti offerte, in cui crede fortemente di poter inserire le proprie radici culturali con il mirabile obiettivo di divulgare un pensiero cosmopolita.

 

 

 

La commessa del 2006 per l’edificio denominato ‘ex Bistrol’ a Lonato del Garda concretizza il lungo percorso di ricerca. Un imprenditore lombardo con già tre concessioni in tasca richiedeva un progetto preliminare per la realizzazione di un nuovo manufatto. Un percorso dai forti contrasti – da un lato la proprietà con l’intento di realizzare un falso storico, dall’altro il pensiero dell’architetto assolutamente contemporaneo – che ha fatto crescere il progetto e portato la committenza ad un atto di conversione, sfociata poi in una fiducia consolidata con lo studio. Il progettista ha una sua identità professionale: questo è il messaggio che deve trasparire, e l’edificio è lo strumento atto a trasmettere tutto ciò. L’analisi architettonica guarda, invece, al contesto. Il luogo è il leitmotiv di una sinfonia armonica in cui la linea taglia e ricuce lo spazio. L’utilizzo di grandi vetrate aggettanti, la cui articolazione crea forti contrasti chiaroscurali, tende a introiettare il contesto, figure tese al paesaggio con la volontà di coglierlo, analogamente alle vetrate dalle tinte cielo, ai giardini pensili e al tetto-giardino di lecorbusierana memoria.

 

 

 

Così accade anche per lo studio di fattibilità per la riqualificazione del lungolago di Lonato del Garda, 400 metri di litorale fortemente degradato, studiato e vissuto attraverso il coinvolgimento diretto degli abitanti del luogo. La novità più significativa, oltre alla viva presenza del cittadino nelle scelte progettuali, è la proposta di portare avanti un progetto autofinanziato senza alcuna sovvenzione da parte della pubblica amministrazione, rifacendosi ai principi pionieristici del ‘Self Made City’.
Dal generale al particolare. Un procedere per parti, analizzando i singoli dettagli e le peculiarità del sito: questo è l’approccio che caratterizza i progetti di scala più contenuta, come le ville unifamiliari a Verona all’interno della lottizzazione San Felice, le ville bifamiliari di Padenghe sul Garda e quelle a schiera di Rivoltella. A una lettura attenta del territorio, dell’orografia e della natura insita in ogni luogo, si affianca l’analisi dei bisogni, intesi come spazi da viversi nella loro essenza. Luce, colori, morfologia: elementi per entrare dentro lo spazio, elaborarlo appieno ascoltandolo in solitudine, in cui il primo gesto progettuale diventa quello definitivo.

 

Il progetto stabilisce una nuova modalità di vivere il sito come elemento morfogenetico, mentre il manufatto architettonico è il mezzo d’unione tra le parti, quello che “costruisce” la continuità. Sia l’impianto planimetrico che lo studio degli alzati ricercano volutamente un’identità propria nelle diverse unità abitative, con l’intento di muoversi dal medesimo principio insediativo, ovvero dal rispetto dei materiali della tradizione locale che, pur ritrovando una collocazione non inusuale, sono utilizzati per realizzare elementi architettonici ripensati nella loro configurazione.
Il coinvolgimento in numerosi concorsi diventa ben presto realtà, con molteplici esperienze come quella del Masterplan per un Eco-Residence a Bedizzole (BS) nel 2013, e l’anno prima il concorso di progettazione a inviti per Piazza d’Annunzio a Padenghe sul Garda. Anche qui il punto di partenza è dato dalla dicotomia spazio-funzione, in cui l’analisi dell’ambito d’intervento diventa fondamentale.

 

 

 

Oggi la partecipazione alla LAC (Laboratorio di Architettura Contemporanea) di Verona come vicepresidente rappresenta l’apice in cui l’esperienza culturale, la ricerca e la progettazione trovano una sintesi. Nata a Mantova grazie a un gruppo di architetti e docenti universitari, l’associazione si plasma da una singolare selezione dei compagni di viaggio: è stato Roberto Nicolis (attuale presidente di LAC) che passando davanti al Bistrol decise di conoscere il progettista. Insieme a Michele Adami, costituiscono la costola veronese dell’associazione, con l’intento di comunicare le forme dell’architettura contemporanea alla collettività. Molte le iniziative già effettuate e presentate da questa rivista (vedi l’incontro con Franco La Cecla (cfr. «AV» 97, p. 64) e la conferenza-installazione di Topotek 1 (cfr. «AV» 99, p. 65). E poi la rassegna “Cinema e architettura”, all’insegna di un approccio multidisciplinare dal quale far scaturire un confronto costruttivo di idee e proposte finalizzate alla valorizzazione della qualità architettonica, progettuale e quindi del vivere. Un bel tuffo in avanti!