AAA designer cercasi a Verona

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Una mostra in due tappe promossa dall’Ordine degli Architetti ha indagato la dimensione progettuale dell’oggetto d’uso prodotto in serie


Testo: Alberto Vignolo
Foto: Gaia Zuffa

Che cos’è il design? Sulla definizione di questo termine così denso, quasi un grimaldello o un passepartout lessicale utilizzato per inchiavardare i più assortiti cassetti intellettuali, si sono arrovellati nel tempo autorevoli teorici, raffinati critici e arguti ermeneuti: per giungere a inquadrarlo come “la progettazione di manufatti e oggetti d’uso” realizzati per via industriale, che abbini esigenze tecnico-funzionali e pregi estetici.
Entro questo vasto spettro di possibilità, se vogliamo interrogarci sulla nicchia occupata da un ipotetico – per ipotesi di lavoro – “design veronese”, la sfida si fa ancora più ardua, perché occorre comprendere verso quale accezione di un disegno industriale come sopra definito far oscillare il pendolo terminologico.

 

 

In realtà, il punto di partenza di questa esposizione che chiama a raccolta, fin dalla sua titolazione, la figura sospesa (incerta? ambivalente? cerchiobottista?) degli “Architetti Designer”, graziosamente unificati come redivivi Giuliette e Romei dal nodo d’amore di “Verona”, fornisce un taglio di lettura chiarificatore. Il vaglio degli artefici-designer nel pur vasto novero degli architetti opera infatti una selezione naturale, sia per approccio metodologico che, necessariamente, anche per generazione. Le Scuole del Design come istituzioni universitarie sono infatti creature ancora giovani: quella di maggiore tradizione, dove venne istituito il primo corso di laurea italiano, nasce infatti solo nel 1994 da una costola del Politecnico di Milano. Risulta così evidente come il novello Adamo-designer debba la sua origine alla primigenia Eva-architettura: fra le cui braccia sono stati cullati i nostri protagonisti, allattati e svezzati al vasto seno del mitico approccio “dal cucchiaio alla città”, sintesi sloganistica della eredità critica del pensiero del Moderno fatta propria da E.N. Rogers a partire da H. Muthesius.

 

 

Non stiamo certo parlando di una accezione locale e dunque specifica veronese, quanto di una prima unificante categoria di lettura secondo la quale accomunare i “testi” oggettuali della mostra. Alla quale si deve far seguire una necessaria indicizzazione, relativa alle specifiche d’uso e ai materiali: da riassumere infine nella sacra trinità di forma, uso e significato. L’universo degli oggetti raccolti è in buona sostanza quello domestico, tra cucina, bagno e living, con qualche sconfinamento nello spazio urbano. è È un mondo ancora legato a una tecnologia in bilico fra tradizione e modernità – i marmi e le pietre, l’acciaio, il legno… – con qualche guizzo tra il pop e il tech (resine, plastiche). Si tratta poi, per buona parte, di oggetti la cui fruizione d’utilizzo non riserva particolari sorprese o spunti, ovvero di oggetti per i quali risulta prevalente una funzione estetica: dunque tanto “inutili” quanto necessari ed essenziali, come può esserlo un vassoio di metallo, un centro tavola lapideo o una scarpa da tennis in formalina, quasi fosse un animale preistorico raccolto da un entomologo folle. È altrettanto “inutile dunque necessaria” l’ennesima lampada, o una nuova seduta, di pietra o di legno che sia: inutile perché la funzione del sedere – e la parte del corpo che la espleta – è stata abbondantemente indagata, esplorata, pesata e soppesata in ogni sua valenza, e non sembra poter riservare nuove sorprese (ma chissà). Necessaria perché cambiano i gesti, i simboli, le espressioni, i significati di ogni pur trita e consumata funzione d’uso; perché la volontà di mettersi alla prova, di tentare un disegno, un materiale, un giunto, un nodo realizzativo, un metodo di assemblaggio, o ancora un progetto di marketing e di consumo o di riciclaggio a fine ciclo riservano ancora infinite possibilità e potenzialità.

 

 

Doveroso a questo punto concentrarci sugli aspetti della produzione, cui è connessa la téchne di ciascun manufatto. Sia per l’approccio progettuale di matrice architettonica, aduso al pezzo singolo su disegno, che per le dimensioni del tessuto produttivo – piccole aziende legate più a una dimensione artigianale, sia pur raffinata, che a una scala industriale vera e propria – dobbiamo scordarci una idea del design come oggetto dai grandi numeri. Siamo, cioè, più sul versante di una benjaminiana opera d’arte riprodotta serialmente – un multiplo, in sostanza – che dalla parte di una catena di montaggio da Tempi Moderni, ammesso che ancora esista. L’immaginario della parola “industria”, e di conseguenza il disegno industriale, evoca infatti ancora il retaggio di presse, stampi, fusioni, sbuffi di vapori e alambicchi, mentre dovremmo adattarci a pensare a silenziosi cutter laser, dinoccolati bracci meccanici, occhieggianti schermi di controllori digitali. Il passo successivo, che è già una realtà in fase di piena esplosione, è l’innovativo mondo della stampa 3D: nel quale il designer rimarrà forse solo l’artefice del “cartamodello”, sempre che le Burda cartacee o le Mani di Fata televisive non gli sottraggano anche quel residuo ruolo.

 

 

Stiamo dunque celebrando – e per aggravante, in forma tardiva e periferica – una razza in via di estinzione? Ogni fine è in fondo liberatoria e catartica, e forse una nuova fenice o un’altra creatura mitologica potrà risorgere dalle ceneri di queste spoglie di oggetti di design: corpi illuminanti divelti, credenze di noce ridotte a braci odorose, lavandini di marmo scheggiati in mille frammenti… Forse quella creatura non sarà poi tanto mitologica ma, come nel migliore scenario post-human che si rispetti, saranno esseri ben più prosaici a popolare il territorio del progetto da colonizzare. “Il Design è un pipistrello, mezzo topo mezzo uccello”: così si intitolava in tempi non sospetti una raccolta di saggi di storia e teoria del design di un grande studioso del fenomeno, Giovanni Klaus Koenig. Una definizione che chiude il cerchio terminologico iniziale, aprendo per i cultori degli oggetti di design – e per gli appassionati ornitologi – nuovi affascinanti scenari. 


ARCHITETTI DESIGNER VERONA


Abitare il Tempo, Verona
24–27 settembre 2014
Atelier EERA, Cavaion
16 ottobre–11 dicembre 2014
PROMOTORE
Ordine degli Architetti PPC della provincia di Verona
CURA
Laura De Stefano, Giovanni Mengalli
PARTECIPANTI
Giancarlo Aldighieri, Chiara Maria Stella Ballini, Romualdo Cambruzzi, Giorgio Canale, Andrea Castellani, Alessandro Corona Più, CTF Design-Claudio Tezza & Stefano Chiocchin, Maria De Rossi e Maria Vittoria Malgarise, Valerio Facchin, Alessandra Fagnani, Simone Farinazzo-Michele Righetti-Damiano Brighenti, Giuseppe Gregorelli, Sergio Ambrosi e Roberto Marangoni, Francesco Meurisse, Piergiorgio Micheletti, Annamaria Moletta, Stefano Olivieri, Enrico Pasti, Alice Piubello e Roberto Rocchi, Antonio Romanò, Ivonne Sthandier