Architettura e storia, università e territorio, didattica e professione

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Un dialogo con Federico Bucci, Pro-rettore del Polo territoriale di Mantova del Politecnico di Milano, sempre più orientato a proporsi come scuola di architettura di riferimento per Verona

 


Testo: Filippo Bricolo
Foto: Giuseppe Gradella

Una giovane ragazza haitiana descrive il suo lavoro di analisi della Cittadelle Henry Christope nella parte nord di Haiti; la segue una sorridente libanese che presenta il suo progetto “Back on track” per la rivitalizzazione della ferrovia in Libano, con il recupero di tratti strategici come la storica linea Beirut-Damasco. Poco prima, una giovane trentina già con importanti esperienze lavorative a New York spiega, in un fluente inglese, il suo progetto di case per l’emergenza “post Sandy”, l’uragano che nel 2012 ha colpito la costa orientale degli Stati Uniti. Un egiziano presenta il suo progetto per la nuova casa della musica per il Cairo con un’affascinante tentativo di recupero, nella città contemporanea, dell’identità storica egiziana.
Difficile da credere, ma siamo a Mantova, Polo Territoriale del Politecnico di Milano, giornata dedicata alle lauree magistrali.
Negli ultimi cinque anni, grazie alla cura di Federico Bucci, appassionato Pro-rettore, e di un gruppo di giovani docenti, il Polo di Mantova è uscito dalle sacche di una malintesa periferia geografica e culturale e ha guadagnato un ruolo centrale nello scenario dell’offerta universitaria e culturale legata al mondo dell’architettura. Nel mese di maggio 2015, chiunque fosse entrato al Polo si sarebbe facilmente imbattuto in due Pritzker Prize come Rafael Moneo e Eduardo Souto de Moura intenti a revisionare insieme i lavori degli studenti. Scendendo al piano sotto avrebbe potuto incontrare, mentre gironzolava prima della sua prolusione, l’architetto francesce Phillippe Prost, autore dello splendido Mémorial International de Notre-Dame-de-Lorette. Oppure, muovendovi per i palazzi storici di Mantova come la Casa del Mantegna, il Teatro Bibiena, il Tempio di San Sebastiano dell’Alberti o nella vicina Sabbioneta, avrebbe facilmente incontrato architetti come Cristiàn Undurraga, Simona Malvezzi, Wilfried Kuehn e Johannes Kuehn, oppure un travolgente Carlos Ferrater in giacca rossa circondato da studenti appassionati in cerca di un autografo.

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“Mi piace immaginare che lo studente che arriva da qualsiasi parte del mondo possa trovare qui il luogo dove studiare al meglio l’architettura – mi dice Bucci una volta tornati nel suo studio dopo le proclamazioni delle lauree – i nostri ragazzi, stranieri o italiani che siano, qui a Mantova acquisiscono un metodo che possono portare in tutte le parti del mondo. Quando uno studente sceglie questa città, deve trovare esattamente questo: la capacità di leggere e interpretare la storia per poi portarla nel progetto contemporaneo”.
Il rapporto tra architettura è storia è la mission del Polo territoriale di Mantova, portata avanti con lucidità e determinazione sotto la guida di Bucci attraverso una somma di azioni che hanno definito e affinato in breve tempo una chiara identità tra le università di architettura in Europa. “Tagliate queste pagine e sanguineranno” diceva Ralph Waldo Emerson su Montaigne per indicare l’onnipresenza della personalità che l’autore francese immetteva in ogni suo scritto: questa frase si può mutuare anche per il Polo mantovano, per la presenza di quei chiari connotati identitari che emergono in ogni singola attività, facendo onore all’idea originaria posta alla base dei Poli territoriali del Politecnico di Milano pensati come realtà destinate ad ancorarsi a precise specificità territoriali e culturali.

 

“Prima di tutto c’è da considerare l’idea di Polo Territoriale – dice Bucci, scandendo quasi perentoriamente le lettere per essere sicuro di trasmettere il senso delle due ultime parole – un Polo che a Mantova ha il suo luogo centrale, ma sul quale gravita un’area di una ricchezza storica eccezionale, ricca di pagine importantissime della storia dell’architettura; e mi piace poter dire che queste pagine sono importanti per i ragazzi che trovano il contesto dove studiare e approfondire le tematiche che legano storia e architettura”.
Strategicamente, il rapporto tra architettura e storia è anche al centro di quella vera manifestazione corale del Polo che è il festival Mantova Architettura (www.mantovarchitettura.polimi.it). Un successo enorme che ha portato nei siti storici di Mantova – ma anche a Verona al Museo di Castelvecchio – architetti, ricercatori e studenti da tutta Italia.

 

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“Quello che vogliamo sottolineare ancora di più nell’edizione del 2016 – ci spiega Bucci – è che gli eventi del festival sono preparati con grande attenzione in modo da avere un ritorno decisivo nella didattica, con i grandi architetti ospiti che interverranno sui temi e sui lavori dei corsi anche attraverso workshop”. D’altronde questo tipo di esperienze non costituisce una novità per il Polo, che vanta importanti collaborazioni internazionali con i grandi dell’architettura. A questo punto gli chiedo di raccontarmi il suo pensiero su quella che, ad oggi, è la più importante di queste esperienze, ovvero la presenza di Eduardo Souto de Moura come docente a Mantova.
“Abbiamo approfittato dell’opportunità di poter chiamare un architetto internazionale per chiara fama. Eduardo Souto de Moura è una risorsa eccezionale per Mantova e il Politecnico sotto due punti di vista: il primo è che dà lustro alla sede e all’idea stessa dell’architetto, che non è colui che fa il ‘vestito’ di un edificio ma colui che, come l’architetto portoghese, riflette, pensa al rapporto tra edificio e città, interpreta le relazioni culturali che ogni costruzione, ogni opera deve avere con il contesto, con la società, con i cittadini. Il secondo aspetto è che Souto de Moura è uno straordinario insegnante, con una umanità fortissima che riesce a trasmettere non solo ai suoi studenti, ma anche al pubblico che lo ascolta e ai docenti con cui lavora, ed è quindi un’opportunità importante per tutti, anche per noi professori, per cogliere cosa significa la missione dell’insegnante, che è poi la missione a cui aspira ogni grande architetto”.

 

A questo punto Bucci si ferma per momento, interrompendo il flusso continuo della sua parlata e, mentre dalla finestra arriva il brusio delle voci del pubblico delle lauree, dopo un brevissima pausa mi chiede retoricamente: “cosa c’è di più bello che trasmettere il proprio sapere ai giovani? Ogni maestro ha provato a farlo, e moltissimi ci sono riusciti magnificamente: penso a Frank Lloyd Wright con il suo piccolo atelier di Taliesin, ma anche a Le Corbusier che anche se lavorava poco nella scuola quando faceva conferenze incantava tutti, o a Mies con ciò che ha fatto a Chicago diventando un trascinatore eccezionale per quell’Istituto. Eduardo Souto de Moura è esattamente questo, un insegnante che trasmette il proprio sapere con una umiltà e una umanità che mi hanno affascinato, ma è anche un professionista, un costruttore vero che insegna agli studenti il mestiere dell’architetto”.
Il rapporto con il mestiere e la professione è un altro dei punti importanti della Scuola mantovana suggellato, nel maggio 2015, con la firma di una convezione tra Ordine degli Architetti P.P.C. della provincia di Verona e Polo di Mantova del Politecnico. La convenzione prevede lo sviluppo di ricerche, convegni, workshop e approfondimenti da realizzarsi in sinergia, e troverà compimento anche nelle attività culturali che porteranno all’apertura della nuova sede dell’Ordine presso i Magazzini Generali di Verona. Il convegno Albini, Scarpa, BBPR. Il futuro dei Musei della ricostruzione che ha avuto luogo a maggio presso il Museo di Castelvecchio è stata la prima di queste iniziative. La collaborazione sull’asse Mantova-Verona sarà volta a consolidare un rapporto fattivo tra università, professione e istituzioni culturali veronesi, dopo anni in cui un certo snobismo delle università, unito a un distacco della professione dal mondo della ricerca, aveva creato l’humus perfetto per il dilagare di interventi edilizi di scarso valore culturale.

 

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“Non mi sembra una ricetta difficile: gli ingredienti ci sono già, perché sono proprio i giovani studenti che oggi ci chiedono di legarsi alla professione. Io penso che abbiamo subito una frattura a partire dagli anni Settanta, anni in cui si diceva che la professione era una cosa altra rispetto all’università. Si è così venuto a creare un vuoto colmato da ricerche assolutamente inutili e, come dicevi giustamente, un pieno fatto di opere con nessuna identità culturale. A questo punto si tratta di trovare la casa comune di questo pensiero, che è la casa dell’architettura. L’architettura deve essere fatta prima di tutto con il ragionamento, la riflessione, la ricerca, utilizzare la storia non per copiare ma perché si colgono i metodi, utilizzare i materiali non per sfruttare l’innovazione tecnologica del momento, ma perché è utilissimo quel dato materiale per ciò che sto progettando”.
Parlando della professione, il discorso di Bucci si sposta dalla territorialità a quello che sta facendo il Polo per far sì che gli studenti affrontino le nuove sfide legate all’internazionalizzazione. Sentendo il brusio delle voci delle lauree che esce fuori dall’università, penso che quei freschi laureati che oggi, mentre noi parliamo, festeggiano sotto la finestra dello studio, già da domattina dovranno inevitabilmente confrontarsi con uno scenario globale, e penso che con il lavoro che si sta facendo a Mantova molti di loro si presenteranno pronti all’appello.

 

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“Il Polo, infatti, ha già attivato importanti strategie, come quella di dare la possibilità ai suoi studenti di concorrere a stage internazionali in studi prestigiosi, oppure ha inaugurato un nuovo Master of Science in Architectural Design erogato completamente in lingua inglese, che sarà attivo a partire dall’anno accademico 2015/2016. Oggi assistiamo purtroppo a una flessione nel campo dell’architettura, e dobbiamo rispondere a questa flessione facendo capire che cos’è la professione dell’architetto e qual è il suo vastissimo mercato odierno. Se pensi alla sola Italia, i numeri sono drammatici, con 2,5 architetti per mille abitanti, mentre Germania e Francia (che hanno all’incirca gli stessi abitanti della nostra nazione) hanno 0,5 architetti per mille abitanti. Ma a questi dati noi dovremo rispondere che, qui a Mantova, si prepara un architetto che può affacciarsi a un mercato globale, ed ecco allora che quella cifra non ci interessa più. Ogni tanto riceviamo qualche lettera di qualche laureato, e ti devo dire che le più belle sono quelle scritte da chi ha avuto il coraggio di andare per il mondo e ci descrive le sue esperienze. L’architettura è un mestiere internazionale, non possiamo ostinarci tutti a costruire in questo paese che è ormai saturo. È per questo motivo che i nostri corsi in inglese sono importanti, e ti devo dire che lo studente, superato il primo impatto, svolge con determinazione un’esperienza formativa che lo prepara a entrare in un mondo internazionale. Noi abbiamo il dovere di tenere alte le nostre tradizioni, ma chi si oppone all’utilizzo dell’inglese nella didattica non capisce che è un modo per sostenere la forza della nostra lingua, quella che si parla nei trattati di architettura: è un modo per leggere Palladio, per far capire la grande Scuola dell’architettura italiana. Dobbiamo difendere la nostra lingua ma dobbiamo anche essere consapevoli che dobbiamo avere a che fare con la lingua di tutti per divulgare, ricercare e comunicare, che è appunto la lingua inglese. Quando andiamo a fare lezione in Finlandia parliamo inglese, ma la tradizione della loro architettura è presentissima, là scopriamo Alvar Aalto. Io penso che in questo modo daremo una svolta anche all’architettura italiana, finalmente sapremo portare Carlo Scarpa, Franco Albini, Ignazio Gardella e la nostra grande tradizione italiana, e faremo all’estero quello che abbiamo fatto a Verona a Castelvecchio nell’incontro del 9 maggio con i pregevoli interventi di Alba Di Lieto, Stefano Musso e Gianni Ottolini, che ci hanno aiutato a raccontare la grande vicenda dei musei della ricostruzione e la necessità di riconoscere e salvaguardare il valore delle opere di questi pionieri della museografia nel primo degli eventi che ha inaugurato questa nostra importante collaborazione con l’Ordine”.
Fuori i festeggiamenti per le lauree si spostano verso il centro di Mantova, e il vociare festoso di parenti e amici si smorza in un riuscito fade-out che chiude anche il nostro incontro. Uscendo dallo studio del Pro-rettore dò un ultimo sguardo alla bellissima tavola della Città Analoga di Aldo Rossi che campeggia dietro la sua scrivania, e mi viene da pensare che non vi poteva essere uno sfondo migliore per questo nostro dialogo su architettura e storia, università e territorio, didattica e professione.