È il cinema, bellezza!

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Due iniziative concomitanti rievocano l’avventurosa epopea cinematografica di alcuni luoghi del territorio veronese, tra lago e colline

 


Testo: Luisella Zeri

Vi è mai capitato di camminare per Verona e incontrare un centurione romano all’incrocio fra Via Mazzini e Piazza Brà? No, non uno di quei figuranti che per arrotondare qualche spicciolo si travestono di pellicola d’alluminio e simulano i calzari con sandali da trekking. Uno di quelli (quasi) veri, talmente rispondente alla realtà storica da farci pensare ad un salto indietro nel tempo. Qualche tempo fa, a partire dagli anni Trenta, tutto questo sarebbe stato possibile: è il cinema, bellezza!
Ma cosa accade quando a stravolgere la quotidianità di un paese di provincia è una troupe proveniente dalla Cinecittà dei sogni, quella dei cinematografari e degli attori famosi? Una risposta la possono dare gli abitanti di Valeggio sul Mincio che nell’estate del 1954 si trovarono catapultati sul set del film “Senso”, nella Custoza risorgimentale di metà Ottocento. Le vicende narrate sono note: sullo sfondo della terza guerra di indipendenza si consuma l’amore tragico, immaginato, tradito e vendicato fra la patriottica contessa Livia Serpieri e il “nemico”, nella persona dell’intrigante tenente dell’esercito austriaco Franz Mahler.
Quest’anno cade il sessantesimo anniversario della produzione del film di Luchino Visconti, e in occasione di questa ricorrenza l’associazione culturale “Crèa Custoza” ha voluto rievocare, dal 15 al 21 settembre, l’atmosfera di quei giorni, attraverso ricostruzioni e mise en scène celebrative.

 

 

Attraverso i racconti della studiosa Elena Pigozzi e una passeggiata sui luoghi del film, è stato possibile toccare con mano la tensione di quei giorni. Se inizialmente ad accendere le fantasie degli indigeni era l’imminente arrivo di star del calibro di Alida Valli, Farley Granger e Massimo Girotti, ben presto i valeggiani si accorsero che a scombussolare la loro quotidianità sarebbe stata la maniacale ricerca paesaggistica e urbanistica perpetrata da Visconti in nome della perfetta riconducibilità storica. Il lavoro di ricostruzione fu maniacale. A Borghetto la troupe stravolse la quotidianità eliminando pali e fili elettrici, esigendo che edifici e strutture, appena ricostruiti dopo i disastri della seconda guerra mondiale, venissero riportati all’aspetto decadente di metà Ottocento, vanificando così il lavoro di ricostruzione portato avanti con le sole risorse economiche dei locali. Sul Ponte Visconteo venne girata una delle scene più significative del film, quella in cui il patriota Ussoni, cercando di raggiungere il campo di battaglia, viene sorpreso dalla confusione delle retrovie. In questo caso le risorse impiegate furono davvero imponenti: la location fu studiata da diverse angolazioni con molto anticipo, fu analizzata la luce, l’atmosfera e l’estrema aderenza alla realtà. Venne montato uno dei primi carrelli su binario per riprese cinematografiche, allo scopo di realizzare la scena in un lunghissimo piano sequenza. Si impiegarono numerosi mezzi, comparse umane e animali. I ciak vennero ripetuti un numero infinito di volte, con gli attori piegati sotto il sole e il peso di veri zaini da guerra riempiti con le più disparate tipologie di materiali bellici.
Il giornale “L’Arena” quell’estate annunciò l’arrivo del cinematografo in terra veronese con un articolo dalle parole profetiche, che giocava con il titolo provvisorio che era stato dato al film: “Anche se non pioverà, Uragano d’estate si terrà a Valeggio”. Le ripercussioni che il lavoro cinematografico ebbe sul territorio, furono consistenti: in quest’ottica la convivenza non fu facile, e Visconti disputò la sua personalissima battaglia di Custoza più o meno negli stessi luoghi dove essa fu combattuta novant’anni prima.

 

 

Se a Verona era possibile passeggiare fra gli antichi romani e a Valeggio l’ambientazione era quella risorgimentale, sulle rive del lago di Garda i veri protagonisti erano i pirati. Per quasi un decennio, a partire dagli anni Sessanta, grazie alle caratteristiche del paesaggio lacustre, Peschiera e dintorni si trasformarono in una succursale galleggiante di Cinecittà. Tutto nacque per scommessa, per mano del genio di Walter Bertolazzi che acquistò da Dino De Laurentis il galeone usato nella produzione del kolossal «Ulisse», al fine di reimpiegarlo nel veronese come ristorante galleggiante. L’accordo era chiaro, De Laurentis si sarebbe occupato del passaggio di proprietà a patto che Bertolazzi curasse il trasporto da Roma a Verona. Dopo alcune peripezie logistiche il galeone attraversò mezza Italia, ma il tanto immaginato ristorante non arrivò mai. Complice l’orizzonte sconfinato delle acque del basso lago, il galeone si trasformò in uno studio di posa e trovò presto compagnia. Si aggiunsero infatti ad esso una serie di altri mezzi navali adattabili alle più svariate esigenze cinematografiche. Il primo lungometraggio fu “La scimitarra del saraceno”, diretto da Piero Pierotti e prodotto dalla Romana Film di Fortunato Misiano. A questa seguirono altre nove produzioni e alcuni lavori televisivi. L’avventura terminò nel 1966 quando un violento fortunale distrusse l’intera flotta.

 

Questo curioso scampolo di storia del cinema ha rivissuto quest’estate in una mostra itinerante dal titolo «Quando il Garda era un mare», curata da Franco Delli Guanti e Ludovico Maillet con il contributo del centro culturale «La Firma» di Riva del Garda: l’esposizione, organizzata parallelamente ai lavori per la produzione di un documentario sul tema, racconta l’avventura di Bertolazzi attraverso foto, documenti e locandine originali.
La tradizione continua, e Verona presta ancor oggi la sua immagine agli schermi piccoli e grandi che si relazionano con il mondo. Ma i mezzi di comunicazione evolvono e con essi gli strumenti di divulgazione. Oggi la nostra città diventa sfondo per un nuovo genere, il video musicale, grazie anche ad una grande casa di produzione che ha sede proprio a Verona. Ma questo è un altro “film”, che speriamo prima o poi di ospitare sulle pagine di AV.