In vino veritas, utilitas, venustas

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Gli esiti del concorso per il Wine Culture Centre, che ha posto all’attenzione dei partecipanti il tema della cantina vinicola, di grande attualità e attenzione per la progettazione contemporanea

 

 


Testo: Irene Bonente

Sebbene per molti paesi europei, e anche per alcune regioni a noi vicine (come l’Alto Adige e il Trentino) il concorso di architettura – pubblico e privato – sia una consuetudine, promossa da anni come strumento principe per garantire qualità e ricerca del progetto architettonico, in Veneto e nel nostro ambito provinciale rimane purtroppo più un’eccezione che la regola, già nell’ambito dei progetti pubblici: e figuriamoci per quelli privati…
La lungimirante scelta della cooperativa Cantina Valpolicella di Negrar di rivolgersi all’Ordine degli Architetti di Verona, e successivamente a YAC (Young Architecture Competition), per indire il primo concorso privato di Verona per il rinnovamento della propria cantina, risulta pertanto particolarmente degna di nota. Infatti, non da poco è la possibilità indotta dal concorso di avere a disposizione un numero consistente di soluzioni a confronto, senza tralasciare l’evidente effetto pubblicitario e di visibilità dal punto di vista della comunicazione.
Effettivamente di Valpolicella e dell’eccellenza del vino della Cantina Sociale di Negrar si è parlato in ben ottanta paesi, da cui provenivano i circa 3000 progettisti che hanno lavorato ed elaborato oltre 400 progetti. L’affiancamento di una giuria professionale, inoltre, risulta essere un valido alleato per il committente (privato, pubblica amministrazione o sua rappresentanza politica) che spesso non ha le idee chiare, e nemmeno le nozioni necessarie per la scelta di un professionista o per la valutazione della bontà o meno di una proposta architettonica.
È singolare che il primo concorso indetto da un privato nella nostra provincia abbia avuto un tema legato a un settore trainante dell’economia veronese, quello vitivinicolo, nel cuore di un luogo così rinomato per la qualità del vino, la Valpolicella, che nonostante rechi i segni di una cattiva gestione del territorio e di una urbanizzazione intensiva – la tristemente famosa “negrarizzazione” – conserva notevoli valenze storiche, architettoniche e paesaggistiche. In linea con questo pensiero, la Cantina Valpolicella ha giustamente richiesto un intervento sull’esistente ripensando l’attuale struttura della cantina, tuttora funzionante, senza consumare ulteriore suolo. L’obiettivo espresso nel bando era quello di trasformarla “da mero opificio a manifesto architettonico di leadership e qualità di prodotto: luogo di cultura, formazione e degustazione“, e di farne “un ambizioso progetto architettonico orientato ad onorare l’eccellente oggetto della propria attività vinicola”.

 

Alla richiesta di promozione della partecipazione ai giovani ha risposto YAC – società promotrice da diversi anni di concorsi di architettura con l’obiettivo di incentivare la ricerca nel campo della progettazione e di valorizzare l’inventiva e il talento dei giovani progettisti – che ha redatto il bando e organizzato il concorso internazionale per il “Wine Culture Centre”. I partecipanti hanno trasmesso i materiali richiesti per via telematica, e ciascun membro della giuria – composta da Nicola Scaranaro (Foster +Partners, Londra), Alfonso Femia (5+1AA, Genova), Markus Scherer (Merano), Fiorenzo Valbonesi (ASV3, Cesena), AntonioRavalli (Ferrara) – ha valutato i progetti senza un preventivo confronto con gli altri componenti, con tutti i pro e i contro del mantenimento dell’oggettività, senza una discussione diretta.
La graduatoria finale, oltre ai primi tre classificati presentati di seguito, ha visto l’assegnazione di due menzioni gold e di altre undici menzioni. Vincitori sono risultati i giovanissimi del team sloveno, seguito in ordine di campanile da un gruppo italiano e da uno francese. Tutti i progetti premiati si sono rivelati completi e ben studiati, convincenti dal lato concettuale, formale e funzionale. L’architettura ha saputo dare un senso unitario a una situazione di partenza fortemente articolata e disomogenea, ricercando la coerenza con il luogo. Gli ottimi risultati sono l’esito di un concorso “di idee”, che ovviamente richiederebbe un successivo approfondimento: o almeno così si spera. Ci auguriamo infatti che alla novità del concorso privato possa far seguito anche il passaggio dall’idea allo sviluppo – quanto meno – e alla realizzazione dell’opera: sarebbe una auspicabile eccezione nella prassi concorsuale nostrana.

 

1° classificato: team v

Dominik Košak, Rok Primažič, Ambrož Bartol, Miha Munda, Rok Staudacher (Slovenia)

La soluzione progettuale vincitrice propone uno schema semplice e programmatico, che cerca di mantenere l’esistente creando equilibrio tra le diverse funzioni.
Demolendo la palazzina per uffici, ridistribuisce chiaramente le funzioni su tre diversi livelli: uffici, deposito e museo.
L’intervento consiste nell’addizione di due volumi, che ridefiniscono la cantina. Viene recuperato al piano terra il magazzino, e reso uno spazio fluido, aperto e flessibile, collegato all’esterno e alla struttura esistente.
I due volumi si differenziano per struttura, funzione, concezione, luce e materiali.
Il primo è una struttura in metallo rivestita in legno, che funge da tetto per il magazzino e che ospita al proprio interno i moduli degli uffici e le sale riunioni. Sembra quasi galleggiare, e vuole essere leggero, in continuità con i segni del paesaggio circostante (struttura verticale in listelli di legno, in analogia ai filari dei vigneti) .
Il secondo volume è quello del museo, concepito al contrario come uno spazio cavo in riferimento ai monti Lessini e alla pietra locale, con l’intenzione di enfatizzare lo spazio a disposizione del pubblico, tanto da definire la degustazione del vino come un’esperienza quasi spirituale, con una luce drammatica che bagna i muri grezzi.
La distribuzione e gli spazi sono concepiti per essere flessibili, modulari e polivalenti (es. il fruttaio).

 

 

2° classificato: cavejastudio + davide lorenzato

Alessandro Pretolani, Filippo Pambianco, Davide Lorenzato (Italia)

Il progetto classificato al secondo posto propone un’unica addizione al volume esistente, del quale sono mantenute le funzioni, che viene considerato come un basamento. Il nuovo corpo in sopraelevazione, dalla struttura lignea, vuole richiamare in primo luogo l’orditura e la ripetitività seriale del vigneto; in secondo luogo l’idea progettuale complessiva si rifà alla struttura tradizionale della cascina rurale, che solitamente presenta un basamento solido e una parte leggera lignea sovrastante.
Particolare attenzione viene dedicata al fruttaio, per la centralità di quest’area nel processo produttivo: qui infatti è dove nasce l’Amarone, e l’utilizzo per soli tre mesi l’anno – necessari all’appassimento dell’uva – apre la possibilità di utilizzo per altre funzioni nei restanti mesi. Un sistema di pannelli scorrevoli in parte trasparenti e in parte opachi, basati su un modulo di 2 x 2 m, permette di variare la configurazione degli spazi e il dialogo con gli altri utilizzi.
L’utilizzo dei pannelli permette un trattamento termico dei diversi ambiti, garantendo un clima controllato e costante per il soppalco, che può essere ventilato attraverso l’apertura di lucernari.
La scelta della tecnologia prefabbricata in legno lamellare è rivolta a una miglioria dei costi e della tempistica di cantiere, mentre l’uso di travi reticolari permette luci più ampie e maggiore flessibilità delle partizioni interne.

 

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3° classificato: MK

Moreau Kusunoki, Hiroko Kusunoki (Francia)

Il concetto ispiratore del terzo progetto premiato prende spunto dall’immagine mistica dell’antica tecnica di appassimento Picai, che consisteva nell’appendere i grappoli d’uva alle travi con dei fili. A partire da questa suggestione, il gruppo francese propone una facciata di elementi ornamentali in zinco per dare unità e omogeneità alle parti in addizione rispetto al volume esistente, considerati come un unico sistema. La nuova immagine della cantina è quella di un edificio che si fonde con il paesaggio che riflette, con il ritmo verticale del paramento esterno che rimanda alla struttura dei vigneti. Gli elementi vegetali della facciata sono vibratili al pari di quelli della vigna a cui fanno riferimento, e un tocco poetico è dato dalla luce filtrata che entra nell’edificio. La “scatola”, resa omogenea dalla facciata vegetale, contiene dei volumi più piccoli con le differenti funzioni richieste dal programma, raggruppate in tre grandi aree tematiche: uffici, aree tecniche e parte pubblica.
Dal punto di vista energetico, i volumi separati permettono la libera circolazione dell’aria, il tetto verde risulta utile per l’inverno mentre la facciata a grappoli filtra la luce e il caldo dell’estate.