Kengo a Castelvecchio, Kuma in Lessinia

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La lectio magistralis dell’architetto giapponese nella rituale cornice di Castelvecchio è stata seguita da una sua visita alla scoperta della tradizionale architettura di pietra 

 

 

 


Testo: Paola Altichieri Donella
Foto: Marta Pavan

Kengo Kuma, giapponese nato nel 1954 a Kanagawa, ardito e meraviglioso artefice di poetiche e immaginative architetture, non appartiene alla categorie di quelle archistar che, con le loro “mostruose”, gigantesche, strabilianti, creazioni sfidano le nuvole e si ergono fino ad immergersi nel cielo, ridisegnando, con mazzi di grattacieli di forme stravaganti, gli skyline di metropoli orientali. Ma può ben essere definito archistar in quanto straordinario maestro di uno stile architettonico che, ispirandosi almeno inizialmente agli architetti del Movimento Moderno, i modernisti della prima metà del novecento, si esprime in modo alternativo alle ultime tendenze avendo come intento fondamentale di costruire architetture che si legano al luogo a cui sono destinate, con progetti che sanno mischiare la natura con l’artificio, la luce, l’acqua con la pietra, con la terra.

 

 

Kuma, per dirla in breve, usando materiali locali, sfruttando il magistero degli artigiani del luogo, di qualsiasi luogo, dovunque si trovi, dato che i suoi edifici non nascono solo in Giappone, sua patria, ma in molti angoli del mondo, riesce ad inserirsi nell’ambiente senza violarlo: le sue opere si “acquattano”, in una sorta di mimesi poetica, in un bosco, in riva al mare, su un fiume, in una valle nevosa. Affascinante e interessantissimo, in questo senso, ciò che l’architetto giapponese ha mostrato ad un pubblico foltissimo – qualcuno non ha nemmeno potuto entrare – con grande sintesi, umiltà e parsimonia, durante la lectio magistralis, che ha tenuto domenica 4 maggio, in sala Boggian a Castelvecchio. Organizzata, secondo una apprezzata tradizione, dall’Ordine degli Architetti, rappresentato dall’architetto Laura de Stefano, da VeronaFiere e dal Comune di Verona e coordinata dall’architetto Vincenzo Pavan, responsabile degli eventi culturali di Marmomacc, ha avuto un grande successo. Mentre Vittorio Di Dio, in rappresentanza dell’Ente Fiera, ha modo di esemplare la sequenza di successi internazionali delle iniziative di Marmomacc, Spangaro, in rappresentanza del Comune, mette in rilievo quanto sia importante per la città di Verona essere un crocevia di esperienze internazionali e la sua volontà di aprirsi a nuovi aspetti culturali.

 

 

L’architetto Pavan,ricordando che quello di Kengo Kuma è un ritorno a Verona, in quanto insignito del premio Marmomacc per l’architettura in pietra una decina di anni or sono, avvia un excursus sulla storia dell’architettura giapponese del Novecento e sui legami con i maestri dell’architettura occidentale, poi fotografa alcuni segni distintivi dello stile Kuma. In particolare la sua maestria nel manipolare i materiali per renderli capaci di performance altre dal loro impiego tradizionale. Anche la pietra, molto usata dall’architetto, viene come “desolidificata”, resa porosa, sensibile alla luce e alle ombre. E cita le parole stesse di Kuma: “Se riduco in frammenti i materiali, non è perché li odio, ma perché li amo. Ridotti in particelle sono come un arcobaleno, si fanno e si disfanno e fanno conoscere la loro essenza più intima”. Kuma, bell’uomo, alto, di aspetto europeizzato, spiega che i suoi progetti non prescindono mai dalla situazione a cui sono destinati, non vengono calati dall’alto del suo pensiero in una terra di nessuno, ma sono strettamente identificati col luogo e con i bisogni del luogo: il titolo della lectio magistralis è infatti Power of Place. Appropriatamente. Uno dei dettami che l’equipe di Kengo si è data, e che mai tralasciano, è di usare materiali reperibili ad un massimo di 15 km da luogo dove si costruisce. Ciò vuol dire meno costi, meno sprechi, meno consumi energetici, meno inquinamento. Vuol dire leggerezza, equilibrio, armonia con la natura.
Per un progetto nella Francia del sud Kuma dice di essersi ispirato al lavoro dei vignaioli, lì appresso, e alle loro vigne (Aix en Provence Conservatory of Music Competition, 2009). La cosa straordinaria è che quando mostra i disegni anche il profano intuisce l’autenticità dell’ispirazione e la riconosce. Spiega poi le intuizioni che stanno alla base di evoluzioni della tecnologia, inventando nuovi modi di procedere legati alle caratteristiche del materiale in uso. E fa questo esempio: saldare strati di tela, (sì, lavora anche con la tela, in particolare tela di riso, sì, per forza è un giapponese e i giapponesi lo hanno sempre fatto) con un magnete, che gli ha fatto scoprire un amico italiano. In alcune costruzioni (ma come chiamarle costruzioni? piuttosto invenzioni, forme, contenitori che alitano, che possono disfarsi da un momento all’altro con un’ondata di vento, ma in realtà stabili e resistenti), Kuma reintegra struttura portante ed esterno, come nel palazzo di tre piani a Tokio, tutto di pannelli di legno che non poggiano su un interno di muratura e acciaio, come ci si immaginerebbe, non costituiscono il rivestimento, ma i pannelli lignei stessi, tutti e ciascuno essenziali, sostengono il tutto. Dice: “voglio fare un passo in più rispetto all’idea originaria”.
E il legno? Quale legno? Quello del luogo: cedro dove c’è il cedro, larice dove c’è il larice. I falegnami giapponesi insegnano che il materiale migliore per costruire è quello che si trova subito nelle montagne alle spalle del cantiere! E qui, alludendo alla loro perizia, aggiunge: “ho scoperto molte analogie tra il modo di lavorare degli artigiani giapponesi e quello degli artigiani italiani. Ecco perché piaceva tanto il Giappone a Scarpa!” e così rende omaggio al genius loci…
Per il suo Canal Museum a Kitakami, paese sulle rive dell’oceano distrutto dallo tsunami, ha immaginato una collinetta, in armonia con la natura del luogo, che segue il profilo della spiaggia e forse delle stesse onde… In Spagna si ispira alle intricate e preziose geometrie dell’Alhambra, uno dei monumenti simbolo di Granada, e le complica (o semplifica?) con la conformazione interna della melograna, da cui trae il nome Granada: da questa ingegnosa, cerebrale commistione nasce Granada Performing Art Center, 2008. A Dundee in Scozia trae spunto dalla scogliera, che si muta in lamine sovrapposte, ad andamento ondivago e indefinito, nell’edificio realizzato.

Quando poi, alla fine della lectio, parla dei suoi progetti sperimentali, il pubblico, attonito ma reattivo, si diverte davanti alla CASA OMBRELLO. Kuma spiega: ‘ombrello’ in giapponese vuol dire ‘casa’, da questa idea abbiamo inventato una struttura fatta ad ombrello che può essere usata provvisoriamente, e, collegata ad altre, con una semplice cerniera a lampo (sic!), può diventare una grande casa comune, un rifugio momentaneo dove ripararsi da qualche accidente, spostandosi ciascuno con il suo ombrello-casa! E che dire di quella ‘tenera’, così la chiama, boule di materiale duttile – maglia termica – che con temperatura calda mantiene rigida la sua forma a cupola e, se cala la temperatura, si restringe e si abbassa? Un toccante esempio della capacità inventiva e tecnologica di Kuma e dei suoi si realizza in una deliziosa opera italiana: richiesto da una grande fabbrica emiliana di piastrelle di creare un monumento a questo famoso manufatto, ha inventato una architettura a nuvola, quindi un gioco, un oggetto da godere, delicato, luminoso, utilizzando e trasformando le stesse piastrelle in qualcosa di significativo e simbolico. Ci sarebbe molto ancora da dire e forse altre cose importanti… ma… gli articoli troppo lunghi non li legge nessuno!