Lavori in corso alla Provianda di Santa Marta

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Un nuovo restauro condotto da Massimo Carmassi ed ISP per l’Università degli Studi di Verona

 

 


Testo e foto: Lorenzo Marconato

 

Nell’ultimo anno ho avuto più occasioni per poter visitare il cantiere di restauro della Provianda, nell’ex complesso militare di Santa Marta, affidato dall’Università di Verona ad ISP srl di Venezia. Dunque anche durante quest’ultima visita, che risale al mese di gennaio, ho potuto verificare l’avanzato stato dei lavori, il cui termine è previsto per il mese di maggio 2014.L’importante opera di restauro di questa imponente costruzione, dopo la felice esperienza concretizzatasi nel recupero del Silos di Ponente (cfr. «architettiverona», 85, pp. 12-31), porta verso il termine il vasto ed oneroso programma di ampliamento degli spazi messi a disposizione della Scuola di Economia dall’Università degli Studi di Verona (laboratori e aule al piano interrato e piano terra, dipartimenti e servizi amministrativi ai piani primo, secondo e sottotetto, biblioteca e spazi studio dipartimentali nel sottotetto). L’esperta mano che dirige l’orchestra, che già abbiamo potuto apprezzare all’opera nel Silos, è ancora quella dell’architetto Massimo Carmassi, responsabile scientifico del progetto architettonico per ISP. La cura riservata alla Provianda, edificio di scala assai maggiore rispetto a quella del Silos – basti pensare che lo sviluppo delle superfici in pianta è di circa 25.000 mq – è la medesima che già abbiamo documentato nel passato numero della rivista. La filosofia applicata al recupero delle due costruzioni austroungariche è comprensibilmente la stessa, e se il risultato nel 2010 è stato giudicato molto buono, quello che si prospetta per il maggiore dei due edifici potrà essere ancora migliore, non solo per la magnificenza propria della Provianda, ma anche grazie all’esperienza che si è potuta maturare nell’affrontare il progetto realizzato per il Silos.

 

A farmi ancora una volta da guida nel cantiere sono gli architetti Mario Spinelli e Maria Rosaria Pastore, cui è affidata la direzione dei lavori. Avendo già visitato questo sito, non ho potuto non notare che i ponteggi esterni (presenti a maggio 2013) erano già stati rimossi dalle facciate, liberandole nella loro nuda magnificenza, nei loro cromatismi intensi, nelle stratificazioni ovunque evidenti e congelate dall’intervento di restauro nella forma in cui sono state ritrovate. La costruzione è certo austera, ma pur essendo sorta come luogo di produzione, trasuda quel romanticismo che si ritrova, nelle sue diverse forme, declinato in quasi tutte le opere di architettura militare lasciate a Verona dall’esercito asburgico. Il linguaggio, come pure la preziosissima patina del tempo, non sono andati persi con il restauro. Anche all’interno l’intervento riprende molto di ciò che è stato sperimentato nell’esperienza del Silos. La direzione dei lavori, che percepisco essersi rivelata particolarmente faticosa, ma assai ben condotta, ha dovuto coniugare le esigenze di un progetto architettonico la cui sobrietà è assolutamente mirabile ed efficace, con la complessa realtà di una costruzione di notevolissimo valore storico, ma ancor più tecnologico, le cui imponenti dimensioni raccolgono una vera e propria enciclopedia dei caratteri costruttivi dell’edilizia storica. Non vi è dubbio insomma che, sebbene il progetto sulla carta abbia cercato di studiare e prevedere ogni singolo dettaglio, molto del merito di una quanto mai probabile buona riuscita dell’intervento, la si dovrà alla instancabile perizia di chi ha vissuto il cantiere ancora aperto.

 

 

Ogni angolo di questa fabbrica si rivela nella sua particolarità per l’attenzione con cui è stato decodificato e reso parte organica di un sistema che – almeno nella precarietà che può rappresentare un cantiere in fieri – sembra tuttora in perfetto equilibrio. Le aggiunte, per lo più limitate ad elementi necessari quali divisori, impianti, scale e serramenti, stupiscono per la loro esile e discreta presenza, ma anche per la loro impercettibile e reciproca differenza. Si tratta infatti di elementi uniformi per caratteristiche ma tutti – e dico tutti – diversi per dimensioni, quindi ritagliati a misura sull’edificio. Questa peculiarità la dice lunga sulla validità competenze di tutti gli operatori del cantiere: dagli architetti ed ingegneri, sino alla manodopera generica, passando per i coordinatori della sicurezza, l’impresa generale e tutte le ditte specializzate.

 

 

Il bello di una visita in un sito del genere sta tutto nel poter apprezzare, una per una, tutte le soluzioni tecnologiche adottate per risolvere ogni problema incontrato, nel poter vedere opere, anche apparentemente normali, eseguite “a regola d’arte”, come sempre più raramente capita di vedere. Veramente incredibile sembra il lavoro dei fabbri, serramentisti e falegnami, ancor più quando si scoprono a piè d’opera innumerevoli campioni, oppure quando si vedono i prototipi di alcuni arredi fissi che proprio ora stanno prendendo forma nelle innumerevoli stanze voltate quasi complete. Degno di nota è il lavoro fatto per il restauro ed il rinforzo delle strutture lignee di copertura; sono così numerose le tipologie delle strutture portanti, come anche quelle dei dettagli di intervento, che vi si potrebbe fare un documentario fotografico di tecnologia del recupero. Non meno importante, trattandosi in fin dei conti di una moderna fucina di buone idee e di capitale umano, è l’attenzione dedicata alle complesse reti di impianti, che presto diverranno ancora meno visibili, grazie ad una attenta progettazione integrata, e che permetteranno ad una struttura con 150 anni di vita, concepita per una funzione totalmente differente, di divenire perfettamente adatta all’uso che se ne farà.

 

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Vastissimo e particolarmente ben eseguito, sebbene non ancora completato, è il lavoro fatto sulle superfici murarie e sugli intonaci interni, ripuliti e restaurati con una meticolosità davvero eccezionale, al fine di mettere in luce anche tutti quei segni che le vite passate lì dentro e il trascorrere inesorabile del tempo hanno potuto depositare. L’eterogeneità delle superfici e i tenui cromatismi accompagnano il visitatore, quindi anche il futuro utente, in un fantastico viaggio a ritroso nel tempo. Che guaio sarebbe veder impunemente imbiancate volte e pareti che un nuovo minimalismo, senza anima né intelligenza, ormai troppo spesso irreparabilmente danneggia! Orbene anche un cantiere sa concretamente parlare di architettura e sa rivelare, forse ancor meglio che un progetto finito, la bontà del direttore d’orchestra, come anche di tutti i suonatori. Ancora densamente ingombre di ponteggi e montacarichi sono invece le tre corti interne del fabbricato. Una volta riordinate e coperte, come prevede il progetto, certamente riveleranno scorci e soluzioni architettoniche di grande valore. Lo stesso si può dire per tutto il piano sottotetto, dove troverà posto la sala consultazione della biblioteca, assieme ad altre funzioni correlate. Infine un ruolo importante per la completa riuscita del progetto lo giocheranno le sistemazioni esterne di tutte le aree interstiziali, che fungeranno da tessuto connettivo tra le varie parti del complesso. Ci vorrà del tempo perché il puzzle sia completo, ma ciò che sinora abbiamo visto ci lascia fiduciosi.

 

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Senza voler certo svelare i dettagli del progetto, che presto troveranno nuovamente il meritato spazio sulla nostra rivista, ammetto che già qualcosa è trapelato; quindi chiedo venia agli autori se involontariamente ho rivelato qualche segreto in più del dovuto, ma la mia curiosità e il mio entusiasmo diventano discretamente irrefrenabili quando ho l’occasione di poter trascorrere anche poco tempo passeggiando in quello che, senza indugi, mi pare di poter definire il più significativo progetto di architettura attualmente in corso di realizzazione a Verona. Mi si permetta pure di dire che questo progetto e questo cantiere dovrebbero essere indagati attentamente, non solo dagli addetti ai lavori, ma soprattutto da molti amministratori e comitati di benpensanti, che pare abbiano idee assai confuse su come valorizzare il patrimonio monumentale della nostra città, con particolare riferimento alla struggente vicenda dell’Arsenale asburgico.