Scatti agli Scavi

scavi-scaligeri-mostra-08

 

La rilettura di una recente esposizione al Centro Internazionale di Fotografia agli Scavi Scaligeri, mentre il destino di questa istituzione appare incerto

 

Testo: Ilaria Zampini
Foto: Diego Martini

Il Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri è un interessante esempio di come sia possibile riqualificare un ambito storico destinandolo a spazio museale, trovando una destinazione stabile e appropriata a degli spazi complessi come quelli messi in luce dall’importante intervento di archeologia urbana nel cuore della città. L’originalità e la scelta controcorrente sta nell’averlo adibito a sito espositivo per mostre fotografiche, dando rilievo a una forma di comunicazione e artistica non sempre riconosciuta appieno come forma culturale.
Il recupero di questi spazi è stato realizzato a partire dalla fine degli anni ’70 durante i restauri dei palazzi del Tribunale di Verona. Gli scavi per realizzare le aule di giustizia (e in prima battuta un’autorimessa), condotti da un gruppo di archeologi inglesi guidati da Peter Hudson, portarono alla luce una vasta area plurifstratificata, tra cui una grande domus del I sec. A.C. e, sotto via Dante, una delle strade del reticolo viario romano. Nel 1985 al termine delle indagini archeologiche, data la quantità e l’importanza delle preesistenze messe in luce, e a seguito della decisione di trasferire il tribunale, si decise di musealizzare l’area, e permetterne la fruizione da parte della città e dei visitatori.

 

 

Il progetto di Libero Cecchini ha previsto la costruzione di una struttura indipendente in c.a. con un solettone a cassettoni; due “occhi” vetrati in corrispondenza di strutture significative della domus (una pavimentazione musiva e l’abside di un’aula) creano un legame immediato tra l’area archeologica e la città, oltre a portare luce naturale agli ambienti sottostanti. Il grigio uniforme del béton brut di pareti e solai, assieme ai pavimenti in ghiaietto lavato, mette in evidenza per contrasto i resti delle antiche pietre e opere murarie. L’ingresso agli Scavi è ricavato nel portico verso piazza Viviani, dove un setto in blocchi di pietra di Vicenza delimita un vano a doppia altezza con la rampa di discesa in conci di marmo precompresso (una citazione della cecchiniana scala di San Fermo), mentre biglietteria e bookshop sono accessibili dal loggiato nel cortile.
Dal 1996 con l’istituzione del Centro Internazionale di Fotografia, la visita agli Scavi coincide con le esposizioni dedicate a protagonisti della fotografia internazionale e storica. Da allora sono state allestite 68 mostre di notevole livello, consolidando una realtà entrata a pieno nel novero delle istituzioni culturali veronesi. Tra queste, ricordiamo nel 2011 “Architetture stratificate nel lavoro di Libero Cecchini”, allestita negli spazi che rappresentano una summa della sua poetica progettuale.

 

 

Dal 16 febbraio al 5 maggio 2013 gli Scavi hanno ospitato “Giorgio Casali Fotografo, Domus 1951-1983”. La mostra ha avuto il merito di proporre la fotografia di architettura e design, e di far conoscere al grande pubblico uno straordinario autore che è stato testimone del nostro tempo e dell’innovazione del linguaggio visivo e comunicativo attraverso il progetto culturale operato dalla rivista «Domus», che mise in atto un programma di comunicazione visiva in cui l’immagine contava più del testo. La mostra è stata realizzata dal Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona in collaborazione con l’Università IUAV di Venezia, l’Estorick Collection of Italian Modern Art di Londra e la stessa Domus, e curata da Angelo Maggi e Italo Zannier.

 

 

Le immagini provengono dal Fondo Casali, che nel 1998 è stato acquisito dall’Archivio Progetti dello IUAV, in seguito ad una convenzione tra l’ateneo veneziano e gli eredi del fotografo. Tutto il materiale è ancora in via di catalogazione, e questa mostra è uno dei primi risultati dell’ampio lavoro che si sta effettuando su oltre 15 mila foto. Il fondo documenta la collaborazione professionale tra il fotografo e «Domus», oltre ad altre collaborazioni meno continuative con altre riviste di architettura e con i più importanti architetti e designer italiani dell’epoca, tra cui Albini, Mangiarotti e Morassutti, Aulenti, Magistretti, Zanuso, De Carlo, Gardella e altri ancora. A lui si affidano inoltre le principali aziende del design (Cassina, Gavina, Knoll, Kartell…) per la presentazione e pubblicizzazione dei loro prodotti, e artisti come Lucio Fontana e Fausto Melotti.

 

 

L’incontro con Giò Ponti per cui fotografa la sedia Superleggera dà inizio alla lunga collaborazione – dagli anni Cinquanta fino alla metà degli anni Ottanta – con la rivista fondata e diretta dall’architetto milanese. Come inviato di Domus, Casali è testimone degli anni di maggior cambiamento economico e sociale nel nostro paese, che fissa sulla pellicola attraverso i principali avvenimenti dell’arte e dell’architettura. La mostra racconta questi anni attraverso una selezione di fotografie di oggetti e personaggi che hanno segnato la memoria collettiva di una generazione e l’evoluzione storica del design. Oggetti valorizzati dalla scelta dei punti di vista, degli angoli di ripresa e dall’uso della luce, creando spazi inediti e immagini di grande forza espressiva. Frequente è l’uso di particolari ingranditi e del chiaroscuro. Le sue sono per lo più foto in bianco e nero, che realizza con una reflex 6×6 dal negativo quadrato, e in fase di stampa procede ad un ulteriore riquadratura enfatizzando la parte dell’immagine in modo funzionale all’impaginazione della rivista, esaltando i valori plastici e formali dell’architettura e dando alle opere un senso di astrazione priva di una dimensione temporale.
La disposizione di queste immagini sulle scabre pareti di cemento armato degli Scavi si confronta con alcuni originali degli oggetti ritratti (sedie, lampade, etc.), collocati come moderni resti archeologici, dando luogo a suggestivi rimandi tra spazi, opere e visitatori.