Tra le carte di Piero Gazzola

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Il progetto di catalogazione dell’archivio privato di un protagonista della Verona del Novecento


Testi: Silvia Dandria, Marco Cofani,
Giovanni Castiglioni, Giulia Turrina

L’archivio di Piero Gazzola e i suoi contenuti

Il corpus documentale di Piero Gazzola è custodito a San Ciriaco di Negrar in Valpolicella, in quella che fu la sua abitazione; la raccolta di scritti, disegni, fotografie e pubblicazioni costituisce un vero e proprio archivio dagli anni Trenta a tutti gli anni Settanta del ‘900 – legato ai temi del restauro architettonico e urbano, della storia dell’architettura e dell’arte, della tutela dei centri storici e del paesaggio – che conserva tutte le esperienze da lui accumulate e riordinate con la chiara intenzione di trasmetterle alle generazioni future, quale strumento per la continua e necessaria verifica dei criteri dell’operare.
Un’eredità di tale portata ha spinto i figli, in primis Maria Pia Gazzola, a fondare nel 2007 un’Associazione Culturale denominata Archivio Piero Gazzola AAPG che, sostenuta da un gruppo di studiosi, si è dotata di un comitato scientifico e ha intrapreso il percorso di valorizzazione dell’archivio, ancor più cogente dopo il significativo riscontro della comunità scientifica al Convegno organizzato dal Museo di Castelvecchio nel 2008 Piero Gazzola: una stategia per i beni architettonici nel secondo Novecento, grazie al meritorio impegno di Paola Marini, Alba di Lieto e Michela Morgante (cfr. «AV» 85, pp. 84-85). il progetto è stato avviato nel 2011 con il pieno sostegno dell’allora Soprintendente archivistico del Veneto, Erilde Terenzoni, che si è presa carico del procedimento di notifica, del riordino tramite l’incarico svolto dall’archivista Giulia Turrina per l’inventario del carteggio e la fornitura dei materiali di conservazione. Ulteriori risorse stanziate da Fondazione Cariverona (Bando per le attività culturali 2010) hanno permesso all’Associazione AAPG di curare la catalogazione di foto e disegni avviando la digitalizzazione di alcune serie fotografiche di particolare interesse.


Questo lavoro è confluito in un catalogo on-line scelto dalla Soprintendenza archivistica, che comprende tutti i materiali riordinati, su cui gli utenti possono svolgere consultazioni semplici o avanzate, seguendo diverse chiavi o temi di ricerca. Si auspica che l’aver reso pubblici i contenuti dell’archivio, seppur esso sia conservato in un contesto fortemente familiare e privato, promuova nuovi approfondimenti volti ad analizzare la ricchezza e la trasversalità del lavoro compiuto da Gazzola. La sua stessa modalità operativa faceva convergere intorno ad un tema – che poteva essere legato ad un intervento architettonico e/o urbano o ad un convegno o studio – ricerche bibliografiche documentali e iconografiche, campagne estensive di censimento e schedatura, rilievi, confronti e verifiche con personalità o contesti attinenti ed esperienze di cantiere.

Tutti materiali che spesso restituiscono ancora informazioni e riflessioni profonde, non di rado allargate ad un contesto internazionale, tuttora valide rispetto alle questioni urbane del presente e significative per ricerche storico-architettoniche. Ed è così che la corposa documentazione su Verona – oltre agli scritti ci sono circa 8000 scatti (su un totale di circa 15000 pezzi del fondo fotografico) e 250 rilievi (fondo disegni di circa 700 pezzi) relativi a restauri, opere, edifici e contesti urbani e territoriali storicizzati – ha un forte valore testimoniale rispetto alle vicende del patrimonio atesino nel secolo scorso, ma soprattutto rende conto del suo impegno nel voler coinvolgere e responsabilizzare la cittadinanza rispetto alle scelte strategiche per lo sviluppo della città durante l’accrescimento tumultuoso degli anni ‘50 e ‘60 e, contestualmente, costituisce un fulcro di disamine fortemente operative che non perdono una loro accezione di attualità anche nel dibattito odierno. (Silvia Dandria)

Oltre Verona. L’archivio e la sua dimensione

Sono moltissimi i luoghi e i temi, oltre a quelli veronesi, per i quali l’archivio di Piero Gazzola può risultare molto prezioso: un quadro che va al di là dello specifico aspetto della tutela dei monumenti, ampliandosi all’intero patrimonio culturale anche su scala internazionale. Le molteplici attività estere del Soprintendente lo vedono infatti coinvolto in diverse istituzioni, tra cui il Consiglio d’Europa, l’ICOMOS e l’UNESCO, per il quale svolge significative missioni al di fuori dell’Europa (Egitto, Sudan, Iraq, Perù, Messico, Afghanistan, Cipro).

Per comprendere questi aspetti si possono osservare alcune vicende, molto diverse fra loro, su cui l’archivio custodisce materiali e contributi significativi che, visti oggi, appaiono spesso pionieristici in particolare per i centri storici. Oltre al suo operato veronese l’azione di tutela si estende ad altre città tra cui Mantova; anche in questo caso l’archivio documenta le scelte ricostruttive, e non, di Gazzola dopo i pesanti bombardamenti del 1944-45 e permette di cogliere, al di là dei diversi metodi e delle singole decisioni, il preciso intento di preservarne il centro storico nel suo insieme, contrastando in particolare le speculazioni nelle aree bombardate. In quegli anni l’approccio della Soprintendenza, distanziandosi dalla precedente stagione connotata da alcuni eclatanti interventi di “riproposizione”, trovò nuove forme per incidere con autorevolezza sui piani di ricostruzione e sul Piano Regolatore Generale, inserendo a pieno titolo il concetto di salvaguardia del patrimonio nella visione urbanistica volta allo sviluppo della città.

Nel 1965, quando ricevette dal Consiglio d’Europa l’incarico di studiare nuovi strumenti per la salvaguardia dei centri storici, Gazzola scelse il quartiere di San Zeno a Verona e Sabbioneta per impostare e sperimentare l’Inventario di Protezione del Patrimonio Culturale Europeo (IPCE), primo catalogo unificato per classificare ai fini della tutela l’intero patrimonio culturale di un territorio. Sull’antico borgo gonzaghesco, ormai spopolato, Gazzola predispose anche una serie di proposte mirate alla “rinascita della città”, con la “messa in valore” dell’urbe attraverso lo sviluppo di un turismo culturale fondato sulla conservazione del suo “vero volto”.
Erano gli anni della Carta di Venezia e del “Monumento per l’Uomo”, la cui sfida è ancora oggi viva e proiettata al futuro, come molte delle ricerche di cui l’archivio è ricco. Un esempio è lo studio per il censimento dei castelli, in particolare di quelli scaligeri delle provincie di Verona, Vicenza, Brescia e Mantova, e dei rispettivi borghi di grande valenza storica e paesaggistica. Dalla documentazione, in gran parte ancora da analizzare, pare chiaro il tentativo di Gazzola di tratteggiare già allora quello che oggi definiremmo il “Distretto dei Castelli Scaligeri”, un’eredità tangibile del pensiero e dell’azione del Soprintendente ancora in gran parte da sviluppare. (Marco Cofani)

Piero Gazzola e Verona. Un monumento per l’uomo

Affrontando la biografia e l’opera di Piero Gazzola nella “sua” Verona – come emerge anche dall’archivio privato – il titolo scelto per gli atti del II Congresso Internazionale del Restauro del 1964, meglio noto come “Carta di Venezia”, diviene, con un dozzinale gioco di parole, un interrogativo pungente.
Come mai a Verona non esiste un monumento a ricordo dell’uomo a cui la città – anche nella più riduttiva delle interpretazioni possibili – deve gran parte della sua attuale “fisionomia”? Quell’assetto che, nonostante le pesantissime mutilazioni belliche e l’impetuosa successiva ricostruzione, ha reso possibile per il capoluogo scaligero non perdere mai il ruolo di “città d’arte”? È forse pleonastico in questa sede sottolineare i risvolti economici di questo status e l’indotto che questo genera sull’intera economia veronese che, drammaticamente enfatizzato dagli effetti della recente crisi economica, dovrebbe accrescere anche agli occhi del concittadino più materialista il debito della città verso il suo storico Soprintendente. Un debito che, se in ambito accademico viene esplicitamente riconosciuto dagli studiosi (come dimostra il convegno del 2008) e da una ristretta cerchia di concittadini più colti, dal punto di vista della opinione pubblica e della politica stenta invece a manifestarsi.

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Una possibile risposta ci impone, come architetti, di “guardare in casa nostra”.
Chi infatti, se non noi – suoi colleghi – avrebbe dovuto tradurre verso un pubblico più vasto questa eredità? E perché non è stato fatto?
Se da un lato basta ricordare lo scarso interesse di gran parte dei colleghi verso le celebrazioni del centenario, anche in occasioni più recenti la figura di Gazzola è stata avvolta da un’aurea caliginosa che ne ha confuso i tratti, tanto da rendere addirittura incerte le attribuzioni dei suoi lavori più noti, arrivando a confondere gli allievi col maestro. Come se non bastasse, una lettura sincronica della sua azione e delle direttive imposte in centro storico nel corso della ricostruzione post-bellica e dell’opera di tutela svolta successivamente attraverso l’apposizione dei vincoli (due momenti – è bene ricordarlo – ben distinti), nonché le successive interpretazioni di questi ultimi, hanno fatto passare l’assunto che il soprintendente avesse bandito per sempre l’architettura contemporanea dalle zone vincolate, attirando sulla sua memoria – da parte di molti colleghi – un sentimento quantomeno di malcelata antipatia.

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Anche se sarebbe bastato leggere i testi di quegli strumenti di tutela ancora vigenti per accorgersi che non prescrivono affatto i “tetti a falde” o le “cornici lapidee” alle finestre di qualsivoglia costruzione – cosa che invece hanno fatto in tempi recenti più giovani colleghi nei loro orrendi “abachi e prontuari” delle costruzioni in zona agraria – o rendersi conto che le ultime architetture contemporanee in centro storico risalgono al periodo della sua reggenza (basti pensare all’ intervento di Scarpa a Castelvecchio), le carte conservate a San Ciriaco ci restituiscono nella loro inoppugnabile chiarezza un’eredità che se ha un limite è quello di essere forse troppo grande per le nostre deboli spalle. Una mole di documenti, progetti e idee che non solo gli confermano la paternità piena e indiscutibile di molti interventi ma, come nel caso dell’Ala dell’Arena, gli attribuiscono delle intuizioni finora riferite dalla storiografia ad altre personalità.

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Si badi bene, tuttavia, che non stiamo auspicando affatto di impiantare in città l’ennesima grottesca caricatura in bronzo che questa volta ritragga il nostro, magari affacciato sul ponte Pietra o sul sagrato di San Fermo mentre entra trafelato negli uffici della Soprintendenza: pensiamo che un’idea simile l’avrebbe fatto semplicemente inorridire; stiamo solo invitando a considerare che forse è proprio Verona – nei suoi aspetti migliori e maggiormente attrattivi – a rappresentare il più efficace monumento alla memoria di Piero Gazzola. (Giovanni Castiglioni)

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L’intervento archivistico sulla sezione carteggio

La sezione carteggio dell’archivio è costituita da 420 unità archivistiche (buste, registri ed album) che coprono 39 metri lineari di scaffalatura e che insistono su un arco temporale che va dalla fine del secolo diciannovesimo (1882) al 1981. Nel carteggio si conservano non solo scambi di corrispondenza, interventi e saggi (anche in forma di bozza), ma anche progetti, fotografie, elaborati grafici e materiali di studio relativi ai diversi rami di attività in cui ha operato Gazzola nel corso della sua intensa carriera professionale. A titolo esemplificativo si ricorda che egli è il primo presidente del Consiglio Internazionale dei Monumenti e dei Siti (ICOMOS, 1965-1975), è Presidente dell’Istituto Italiano dei Castelli (1964-1974), della Società Belle Arti di Verona e dell’Istituto per gli Studi Storici Veronesi. Inoltre è stato membro del consiglio scientifico del CISA, Centro Studi Andrea Palladio (1959-1979), del Consiglio di amministrazione della Triennale di Milano (1964-1973) e dell’Ente Ville Venete (1963-1971).

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L’intervento archivistico di riordino e inventariazione ha comportato dapprima la descrizione analitica di ciascuna unità (all’interno delle buste sono stati descritti 2269 fascicoli), poi l’individuazione di unità omogenee per contenuto e il loro riordino in serie documentarie strutturate, seguendo l’impostazione dell’archivio impartita da Gazzola. Proprio questa compenetrazione fra documentazione già riordinata da Gazzola, poco meno della metà del totale, e documentazione non riordinata dal soggetto produttore ha costituito l’elemento di maggiore complessità tecnica dell’intervento.

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Attualmente la documentazione si presenta strutturata in sei nuclei principali, cinque dei quali ricalcano l’impronta data da Gazzola (Carriera, Minute, Progetti, Congressi, Enti) ed uno solo è stato creato ex novo (Grandi temi e studi) per raccogliere in forma di immediata individuazione la documentazione relativa a temi maggiori (fra questi: studi ed elaborati universitari, ricostruzione e studi sui ponti, progetti di salvataggio dei templi nubiani, organizzazione della mostra sul Sanmicheli, progetti per la Cittadella dei musei a Cagliari, consulenze per l’Unesco a Cipro, coordinamento dell’Inventario di protezione dei beni culturali, studi sul restauro e la tutela dei centri storici).
Ricercando attraverso le serie documentarie è possibile rinvenire non solo la versione definitiva degli elaborati di Gazzola, ma anche la progressione del lavoro in fase di redazione; inoltre, alla documentazione relativa alla fase preparatoria e definitiva degli interventi, si aggiunge anche, grazie alla corrispondenza, la dimensione relazionale del lavoro, che caratterizza sia l’attività scientifica-professionale, sia l’attività dirigenziale compiuta da Gazzola all’interno dell’Amministrazione dello Stato e di enti nazionali e internazionali.

 


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