Dove c’è molta luce l’ombra è più nera

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Le condizioni operative della professione di architetto oggi, attraverso una testimonianza in presa diretta “dal fronte”

 

 


Testo: Marco Ardielli

Che un vento maligno soffiasse sul mercato immobiliare e sulla professione dell’architetto non è una novità per nessuno. Sorprende, invece, l’arrivo di una nuova quanto inaspettata perturbazione.
Tutti presi a cercare soluzioni operative alla crisi, non ci siamo accorti che il sistema, il nostro sistema, aveva spontaneamente generato (come mirabilmente Michele Ainis ricordava qualche tempo fa) una risposta non operativa (ci mancherebbe) bensì pseudo etica, ovvero un “neo-pauperismo […] in cui la povertà non è più una sciagura, bensì un modello, un esempio, un ideale”.
Aumenta a dismisura, infatti, il numero di architetti che cavalca lo spirito del tempo dicendo, anzi urlando (è di moda) basta! a tutto: basta ai centri commerciali, basta alle grandi infrastrutture e alle rotonde, basta agli alberghi, ai residence, alle seconde case, alle terze case e ai capannoni.
Per un mal interpretato e a volte strumentale spirito di conservazione dell’ambiente, si anela a progetti che, per funzionare, per essere corretti, devono essere semplici, piccoli, anonimi.
Il nuovo architetto, quello del futuro, se vuole lavorare e se non vuole essere (considerato) come quelli che hanno distrutto la nostra nazione, deve farsi interprete di questa nuova realtà attingendo alle sole sue risorse tecnico-amministrative, facendo ben attenzione a non allargarsi troppo.
Non serve infatti inventarsi modelli nuovi (verrebbe da dire che non serve pensare), basta rimanere sottotraccia: il mimetismo deve diventare caratteristica tipologica, e soprattutto tratto caratteriale.
Il nuovo Codice di deontologia professionale (dal nostro Ordine più volte giustamente stigmatizzato) è, a tal proposito, illuminante. Il motto potrebbe essere “l’architetto non deve”. Non deve barare, truffare, ingannare, non deve compiere azioni illecite, non deve “abusare”, non deve scordarsi né soprassedere perché “è” il suo comportamento che rende affidabile la categoria.
Le pene sono severe, dirette e comminate da una giuria popolare chiamata a far rispettare l’ordine a quella che a tutti gli effetti è ormai considerata una mandria, e lo fa anche grazie alla delazione, strumento che viene proposto come strategico al nuovo popolo tecnico italiano.
Risibile l’accenno al ruolo culturale e di indirizzo che l’architetto aveva e deve avere. Nessun accenno, invece, alla necessità di sperimentare. Nessun accenno alla bellezza e giustezza della “diversità”, intesa come caratteristica principe di un’arte che avrebbe la baldanza di migliorare il modo di vivere degli umani.
Si è arrivati al punto che, se ci si appresta a realizzare (e qui l’esperienza personale aiuta) un progetto di grandi dimensioni, di difficile lettura, magari mettendoci passione ed ingegno, un muro popolare ti si para davanti, un muro che il più delle volte è costruito e sostanziato dagli stessi colleghi, così puntuali ad attaccare in virtù delle loro supposte capacità tecniche, ma anche così superficiali nell’analizzare i progetti altrui.
Di qui la nuova frattura che divide il nostro piccolo mondo: da un lato ‘l’architetto buono’ (povero e ancor meglio se con pochi fronzoli in testa), dall’altro ‘l’architetto brutto’ (quello a servizio dei potenti), a cui molte volte si fa corrispondere anche quello ‘cattivo’ (quello degli abusi e altro). Per comprendere questa divisione sempre più traumatica basta rimanere ad ascoltare i nostri clienti, tutti presi a ridefinire verso il basso gli standard (e la parcella) del nostro lavoro, o basta girare per le Sedi Comunali o sentire cosa dicono i vari ‘Comitati di salute pubblica’ che si scagliano contro questo progetto, ma anche contro l’altro.
A dire il vero c’è un’eccezione, e investe le archistar: l’architetto buono non perdona al vicino collega la progettazione magari di un piccolo albergo, ma è pronto a maledire il Comune e il Sindaco se non realizza il mega-museo progettato dall’archistar inglese che viene visto come portatore sano di cambiamento e di lustro per l’intera comunità (a patto che, finito il lavoro, se ne torni da dove è venuto, perché se volesse metter radici si torna al primo punto).
Oggi il nuovo pensiero architettonico dominante non spera nella (mia) capacità, ma si compiace della (tua) incapacità, forgiato com’è dalla “leggerezza” nello studio e nella successiva applicazione di quella che una volta era un’arte, poi un mestiere e ora un semplice lavoro (mal pagato per giunta).
Sembra che questi anni di grave crisi economica abbiano messo clamorosamente a nudo la superficialità nell’affrontare e proporre l’architettura di un gran numero di noi che non riesce più a volgere lo sguardo al futuro, a immaginarlo più propizio.
Eguaglianza, si chiede a gran voce! Ma è un’eguaglianza che inesorabilmente declina verso il basso , verso l’appiattimento, verso l’ignoranza.
Certo, siamo tutti d’accordo che negli ultimi vent’anni in Italia – e Verona non fa eccezione – c’è stato qualcosa di eccessivo, di sottilmente smodato, nel rapporto tra i cittadini (non solo gli architetti o la classe dirigente) e la dimensione del denaro e del lusso che il denaro consente. Una sorta di incontinenza e di esibizionismo senza freno che si è riflettuta drammaticamente nel modo di concepire e poi sviluppare la città.
Certo, è stato subito chiaro che tutta l’élite culturale ed economica italiana aveva in gran parte perduto il piacere e il senso dell’eleganza fondata sulla sobrietà, così come solo adesso ci è chiaro come anche il cittadino comune avesse perduto il buon senso su cui basare le proprie scelte di vita, su cui impostare il futuro e valutare le opzioni. A tutto questo si associ, va da sé, la temporanea sospensione del buon gusto – e della bellezza – dai valori generali di riferimento sociale e della manutenzione come opzione percorribile di trasformazione urbana, e si capisce come mai ci sia, solo adesso, un generale momento di sconforto e di ribellione.
Ma bisogna avere buon senso. Ieri si pensava alla città come strumento economico, anteponendo il processo finanziario a quello di ricerca sociale ed antropologica: e questo non va bene. Si anteponeva il business al paesaggio facendolo diventare come lo vediamo ora, ovvero una sorta di annotazione e non di centralità: e anche questo non va bene.
Ma se il ribasso, l’appiattimento, diventa la cifra con cui affrontare e risolvere anni di follia edificatoria, allora avremo una città debole, dove è giusto che trovino posto soltanto le professionalità senza mercato, una città, e noi con lei, che non saprà più opporre una trincea contro i poteri forti, le speculazioni e gli interventi chiaramente sbagliati.
Da un Sole, questo nuovo sentimento che sembrerebbe illuminare il nostro povero ma, proprio per questo, radioso futuro, un’ombra – l’ombra del pauperismo – rischia allora di uccidere la nostra stessa amata arte.
Dove c’è molta luce, l’ombra è più nera” sosteneva Goethe: ecco la lezione che dovremmo imparare al più presto.

Pare così che la coperta troppo corta del Piano Casa, mentre riscaldava i piedi di architetti, piccoli artigiani e impresari (troppo pochi fortunati per la verità), abbia lasciato al freddo comuni e imprese di più ampie dimensioni, cronicamente avidi di aree di espansione e nuove lottizzazioni. Eppure l’urbanistica virtuosa è attualmente orientata al risparmio di suolo e al riuso dell’esistente, concetti che più si adattano agli originali principi ispiratori del primo Piano Casa.