Lo gliòmmero del piano

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Nelle pieghe dei tessuti: una riflessione sull’arte “tessile” di costruire la città

 


Testo: Alberto Vignolo
Foto: Alessandro Gloder

Ce l’ha insegnato il buon Semper: tra maglie, nodi, trame e tessuti, la metafora tessile contende a quella organica il primato dei riferimenti semantici in campo di città e di architetture. Così non stupisce che ciclicamente, nella merceria della prassi urbanistica, si ripeschino tagli d’abito e pezze di materie prime sempre chic, se indossate con eleganza.
Un esempio recente in tale direzione viene proposto da un Comune dell’entroterra benacense: non importa quale, il tema trascende il caso specifico e anzi si rivela essere rappresentativo –qualcuno direbbe purtroppo – di una diffusa temperie culturale. Dunque il tale Comune si dota di un Piano degli Interventi per il Centro Storico, con l’intento di “coniugare con spirito moderno ed attuale le esigenze di conservazione dei tessuti caratterizzati da valori storici e architettonici formali con le esigenze di valorizzazione legate alle necessità collettive”.
Proprio sulla base dell’individuazione dei tessuti della città storica – ovvero delle aggregazioni di edifici e delle relative aree di pertinenza – il Piano individua una “forbice” degli interventi ammessi alla scala edilizia. Starà poi al progettista determinare, sulla base delle indagini effettuate caso per caso, il grado di tutela entro quelli previsti, e all’Ufficio Tecnico Comunale validare tale scelta.
Via dunque ai “vecchi orpelli normativi”, e via libera alla rigenerazione e riqualificazione dei nuclei storici delle nostre città.
Viva la libertà, dunque?
Facile associarsi al “grido di dolore” contro l’eccesso di rigidità e conservatorismo delle norme nella disciplina urbanistica italiana, e allo slancio riformatore “contro le fastidiose varianti”. Peccato però che, nonostante gli approfonditi studi per identificare il grado di tutela ammissibile isolato per isolato, al dunque il progettista si ritrovi nelle norme la prescrizione, in forma di mantra, che “non è ammessa architettura di espressione contemporanea”.
Se le parole hanno un senso, ciò significa che è ammessa (solo e solamente) l’espressione non contemporanea: cioè antica, antiquata, anticata, nei toni più velati o craquelée che dir si vogliano.
Indietro tutta, colleghi architetti (o meglio, antiquarietti): rispolverato il latinorum per le relazioni tecniche e il piccione viaggiatore al posto della PEC, verremo accolti da un tecnico comunale in elmo e cimiero, sfidati a singolar tenzone per determinare cosa sia “espressione contemporanea” e cosa no…
Come si vede, seguendo questa linea di pensiero il grottesco e il ridicolo non hanno fine. A ciò conduce una affermazione normativa che è l’espressione di un colossale malinteso, volto a promuovere la falsificazione e la mistificazione: una limitazione assurda e retriva che coltiva il banale, promulga lo stereotipo ed esalta lo status quo come modello di valore, negando qualsivoglia approfondimento e ricerca morfologica.
Una semplice riga di norma, apparentemente innocua, sottende il senso di una caccia alle streghe che ci fa ripiombare in un simil-medioevo di cartongessi e di cappotti in polistirene, purché rigorosamente “nei colori delle gamme delle terre”. Qualcuno riuscirà a far comprendere ai novelli Savonarola dei borghi gardesani che ogni trasformazione posta in atto qui ed ora non può che essere contemporanea? L’intento cruscante di un codicillo come quello del Piano preso in esame, dal punto di vista culturale rappresenta un inaccettabile anacronismo, nonché la peggior iattura che combattiamo pagina dopo pagina in questa rivista, attraverso il valore di esempi che non pretendono di assurgere allo status di capolavori, ma che sono – ciascuno per propria parte e intensità e valore e gusto – strettamente contemporanei.
E pensare che il Piano si proponeva di “superare la contrapposizione tra il vecchio e il nuovo”: evidentemente scegliendo il vecchio, vero o falso che sia, a priori e per partito preso. Un gran garbuglio, uno gliòmmero, non c’è che dire, ancora tutto da dipanare. Ma forse, tornando alla metafora tessile, siamo arrivati agli scampoli di quella che un tempo si chiamava “arte di costruire la città”.