Memoria lunga, memorie corte

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Una riflessione sull’attualità di una proposta urbana che ha suscitato un vivace dibattito

 


Testo: Alberto Vignolo

Come ogni organismo, le città recano nelle pieghe dei loro tessuti i segni di molte memorie, che riconosciamo in particolare in quegli elementi dei fenomeni urbani che sono precipuamente destinati a perpetuarle. Lo sono per definizione anche etimologica i monumenti, elevati o costruiti ad memoriam di un illustre personaggio, artista o condottiero, santo o patriota; il monumento è l’espressione più alta della memoria sub specie architettonica, oltre che plastico-scultorea, nel punteggiare dialetticamente il tessuto del costruito secondo le forme e i significati propri delle epoche e delle società di cui è espressione.
Vi sono nelle città alcuni luoghi destinati a una forma lunga di memoria, nel custodire le spoglie di noi caduche creature, accogliendo il commiato e ponendoci per qualche istante di fronte all’ineffabile mistero dell’Aldilà.
Molte sono le forma che i cimiteri hanno assunto nella storia: ne danno conto le religioni, le tradizioni costruttive, le epoche. Non stupisce quindi che una forma nuova e inattesa, proposta di recente per la città di Verona, abbia suscitato inquietudine e addirittura scandalo: la novità e lo scarto dalla norma sono sempre eresia, e il culto dei defunti è quanto di più assoggettato al rito e alla convenzione si possa pensare. L’inattesa proposta per un cimitero a sviluppo verticale, un grattacielo-colombario svettante nella periferia orientale della città, avrà un destino che ad oggi non è ancora dato di sapere, dato che le relative vicissitudini amministrative sono tutt’altro che definite. Ma si sa che le vie del signore (e dell’urbanistica) sono infinite, e che vi è sempre possibilità di redenzione (e di un cambio d’uso) nel regno dei cieli (di San Michele Extra).
Ma in cosa consiste, a ben vedere, lo scandalo? L’impianto planimetrico proposto ricalca lo schema del panottico di Jeremy Bentham, rovesciandone l’utopico sguardo vigile a 360 gradi in una quieta osservanza del ricordo. “Sorvegliare e punire” chi non può certo fuggire né delinquere, appare cinicamente paradossale. Lo schema cellulare, noto per il suo utilizzo nelle patrie galere, viene così transustanziato in chiave cimiteriale in una sequenza di cappelle dall’elegante interior design, sviluppate lungo un viluppo di bracci radiali che, elevandosi, si rastremano per evidenziare lo slancio dell’affusto.
Quali nuove gerarchie determinerà tale impianto, tra i posti più vicini al suolo e dunque alle viscere di madre terra, e quelli in sommità, protesi come su una rampa di lancio – una Baikonour celeste – verso l’alto dei cieli? Il cimitero è anche (o forse soprattutto) il luogo della rappresentazione sociale: basta una visita al Monumentale cittadino per avere una visura quasi catastale dei valori censuari familiari, così come in ogni paese o contrada l’estrema dimora ricalca, nel bene e nel male, gli attributi borghesi dell’abitare, tra le “villette” mono o bifamiliari delle cappelle gentilizie e i più popolari condomini dei colombari, fino al co-housing estremo e post mortem dei cinerari.
La terminazione emisferica del fusto del grattacielo, da adibire a cappella per le commemorazioni, sembra infine trasfigurare il significato simbolico di questo nuovo, ipotetico elemento rilevante dello skyline cittadino in un rigor mortis – forse memore di ciò che un tempo non lontano si chiamava “celodurismo” – attraverso il quale la Signora in Nero, sbeffeggiante, ci potrà ricordare a ogni piè sospinto nel panorama urbano la nostra destinazione finale.
Avrà un seguito la proposta per San Michele, o per contrappasso i suoi disegni diventeranno misere spoglie in quel popoloso cimitero dei progetti seppelliti o mai nati, che per qualche istante hanno attraversato le cronache della nostra città? La memoria in questo caso si fa assai corta: chi si ricorderà delle boutade dei progetti civetta, degli annunci di progetti irrealistici e irrealizzabili, buoni solo per consumare carta? R.I.P.