Piano Casa III puntata. La coperta troppo corta

piano-casa-verona-convegno

Una riflessione in divenire sull’amato/odiato strumento normativo nella sua declinazione veneta

 

 


Testo: Maddalena Anselmi e Michele Moserle
Foto: Elena Brugnara

Durante il periodo di efficacia delle recenti leggi regionali Piano Casa 1 e 2, nonostante gli apprezzabili risultati per l’economia del settore rilevati dalla Regione Veneto (Direzione Urbanistica e Paesaggio della Regione del Veneto-Monitoraggio sull’applicazione del “Piano Casa”) la crisi ha continuato la sua azione in modo inesorabile.
Se il Piano Casa in qualche misura ha attenuato gli effetti nefasti della crisi economica (e questi erano i suoi obiettivi ispiratori con il suo apparato di deroghe e incentivi di natura eccezionale e temporanea) per la categoria dei progettisti e delle piccole imprese, secondo gli operatori immobiliari gli incentivi in deroga, applicati per lo più nella realizzazione di modeste volumetrie in aderenza agli edifici esistenti, hanno sottratto importanti risorse al mercato del “nuovo”, che forse un eccessivo impulso aveva ricevuto negli ultimi decenni da parte della politica urbanistica di moltissimi comuni; inoltre lo sgravio degli oneri concessori offerto dal Piano Casa ha incentivato il privato cittadino, ma ha sottratto alle Amministrazioni comunali ulteriori risorse economiche.
Pare così che la coperta troppo corta del Piano Casa, mentre riscaldava i piedi di architetti, piccoli artigiani e impresari (troppo pochi fortunati per la verità), abbia lasciato al freddo comuni e imprese di più ampie dimensioni, cronicamente avidi di aree di espansione e nuove lottizzazioni. Eppure l’urbanistica virtuosa è attualmente orientata al risparmio di suolo e al riuso dell’esistente, concetti che più si adattano agli originali principi ispiratori del primo Piano Casa.
Gli indici di crescita della popolazione sono innegabilmente in calo, i piani urbanistici degli anni passati, dimensionati ottimisticamente per trend di crescita virtualmente positivi, devono fare i conti, defendit numerus, con dati statistici demografici a indice di andamento negativo. Senza paventare scenari macroeconomici di decrescita alla Serge Latouche, occorre riflettere sul fatto che i margini di intervento sul territorio dovranno in futuro essere sempre più esigui e ispirati, non alla quantità, ma alla massima qualità. Se di quantità si può ancora parlare deve essere solo relativamente alla sensibilità e alle competenze dell’architetto rispetto alla conservazione, alla trasformazione e/o riconversione, nonché alla riqualificazione dell’esistente.
In questo senso una parte del Piano casa ter ha mantenuto la sua potenzialità ad innescare processi virtuosi di riqualificazione statica, energetica e ambientale, del patrimonio edilizio esistente.
Tuttavia un’altra sua parte, dove il legislatore regionale ha cercato di allungare la coperta troppo corta estendendo il Piano Casa a nuovi ambiti di applicazione della legge, deve essere considerata con estrema cautela. Nella stesura originale, infatti, i principi di deroga sono stati estesi a parti del territorio finora ritenute intoccabili, quali le zone a rischio idrogeologico e i centri storici. La Regione, al contempo, ha revocato ai Comuni la facoltà di apporre vincoli ed esercitare una qualsiasi azione di tutela sul territorio.
Se dal punto di vista strettamente economico appare encomiabile il tentativo di mobilitare nuove risorse, è tuttavia indispensabile considerare come i centri storici rappresentino la sedimentazione pluri-millenaria di un patrimonio architettonico che costituisce de facto la vera ricchezza del nostro Paese. È lecito lasciare alle sole Soprintendenze il compito di difenderne l’integrità da interventi potenzialmente devastanti?
Su questi due temi principali si è aperta una querelle che, assurta a ragion di stato, è approdata alla Corte Costituzionale su istanza di un pool di Sindaci veneti defraudati della sovranità sul territorio comunale. Il Piano Casa ter, fresco di promulgazione, già in attesa della Circolare esplicativa che la Regione dovrebbe pubblicare entro 120 giorni dalla promulgazione della legge, attende anche una sentenza della Corte Costituzionale, i cui esiti potrebbero stravolgerne i contenuti.
Così a fine gennaio, a due mesi dalla sua approvazione la coperta troppo corta è sparita in un armadio romano lasciando tutti allo scoperto. In attesa che ci venga restituita, non sappiamo in quale forma e dimensione, ci “limitiamo” a proporre degli spunti di riflessione.
Il Piano Casa ter, nel suo testo originale, per la natura derogatoria rispetto alle normative urbanistiche comunali, per gli incentivi volumetrici incrementati, per il campo di applicazione, esteso ad ambiti più fragili, ancor più delle versioni precedenti, pone quanto mai in evidenza la necessità di essere considerato con estrema attenzione.
Come una cura potente per un male apparentemente incurabile, la sua somministrazione può essere pericolosa e gli effetti collaterali più dannosi del male stesso.
In questo senso il ruolo dell’architetto sarà fondamentale, poiché investito di una responsabilità profonda che secondo coscienza ed etica professionale dovrà poter esplicarsi, extrema ratio, nella capacità di rinunciare all’incarico (pur in un periodo di estrema difficoltà per la professione) qualora una attenta analisi preventiva evidenziasse un contesto troppo delicato all’attuazione di interventi di ampliamento, e nella determinazione di mantenersi libero rispetto alla committenza nel prendere delle decisioni fondamentali per la tutela del territorio e dell’architettura.