A lezione di Architettura

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L’apertura alla vita universitaria della Provianda di Santa Marta consegna alla città uno straordinario esempio di architettura militare e un recupero esemplare

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Progetto: IUAV Studi e Progetti – ISP — arch. Massimo Carmassi
Testo: Lorenzo Marconato
Foto: Lorenzo Linthout , Michele Mascalzoni (biblioteca)

È proprio così: tutti a lezione. In senso figurato, ma anche e soprattutto concretamente, dal momento che si tratta di un edificio destinato alla didattica. Se questo progetto e la sua realizzazione sono riusciti in così breve tempo, dopo la recente apertura al pubblico, a riscuotere un così ampio consenso, sino a guadagnare in un baleno la Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana della Triennale di Milano 2015, un’ottima ragione ci deve essere.
Dove andare a cercarla? È semplice: visitando il compendio di Santa Marta e in particolare la Provianda, ove tutto o quasi si paleserà agli occhi, poiché l’architettura non ha bisogno di commenti ma parla efficacemente da sé. Il restauro dell’edificio maggiore del complesso austroungarico rappresenta una lezione sulla buona pratica architettonica, sul valore positivo del rapporto che si crea tra il monumento e l’intervento moderno, nei termini di funzione, forma e tecnologia.

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Facendo un passo indietro, ricordo con nostalgia quando ci occupammo del restauro del Silos di Ponente, cui dedicammo adeguato spazio sulla rivista 1. In diverse occasioni ho poi avuto il privilegio di visitare questo cantiere ben prima che assumesse l’attuale definitivo assetto 2, e raccogliendo la testimonianza dei tratti nascosti dalle amabili chiacchierate avute con Maria Rosaria Pastore e con Mario Spinelli, direttori tecnici dell’intervento 3 .

L’ex panificio ha evidentemente una complessità e una dimensione molto maggiori rispetto a quelle del Silos di Ponente. Ne è testimonianza il fatto che l’iter progettuale e quello realizzativo siano stati decisamente più lunghi. Ora, guardando entrambe i lavori finiti, è altrettanto evidente che la mano sia la medesima, e che quella del Silos si possa considerare come un’esperienza preliminare rispetto al recupero della Provianda: una sorta di prova generale. Sembra infatti di leggere lo stesso atteggiamento doverosamente conservativo, il medesimo ragionevole approccio teorico, ma, sebbene i tratti comuni siano ovviamente molti in un progetto e nell’altro, l’evoluta raffinatezza di alcune delle soluzioni adottate nel restauro appena inaugurato, paiono testimoniare non solo l’importanza dell’edificio maggiore, ma pure un rapporto ancor più positivo tra l’architetto e la fabbrica. Con un tenue e comprensivo sorriso mi sento di poter dire che testa, matita e cazzuola questa volta ancor più hanno lavorato in ottima sintonia l’una con l’altra, ben sapendo che, soprattutto Massimo Carmassi, coordinatore del gruppo di progettazione di ISP (IUAV Studi e Progetti), non da tutto appagato, amaramente qualche compromesso avrà dovuto accettare.

Le questioni e le sfide offerte da questo progetto erano molteplici, ma se analizziamo anche superficialmente, capiamo che sono quelle che spesso si ripropongono in ogni tentativo di riqualificazione di un edificio storico.
Prima fra tutte per portata è la sfida generata dall’imprescindibile necessità di trasformare questo monumento da luogo pressoché chiuso, nato con lo scopo di stoccare e produrre derrate alimentari per l’esercito, in un luogo di studio estremamente aperto, funzionalmente programmato per lo scambio culturale, il tutto senza perdere, nemmeno in piccola parte, l’essenza propria del monumento stesso. Questa è di certo la madre di tutte le altre problematiche di un progetto di recupero architettonico o restauro; si ripresenta in tutta la sua complessità ogni volta che si interviene sull’esistente, ma non molte sono quelle in cui, come in questo caso, si può dire che la questione sia stata alla fine brillantemente risolta.

Ma poiché è al di sotto della superficie che ho promesso di lanciare uno sguardo, provo ad interrogarmi su come ciò sia stato reso possibile. Evidentemente la chiave di un buon progetto sta nell’equilibrio che si crea tra gli attori: committente, progettista, controllore e costruttore. Quando ognuno di essi interpreta correttamente la propria parte, la sinfonia suona bene. Allora penso al programma funzionale e finanziario assai articolato che deve essere stato sviluppato dall’Università quando l’iniziativa si apprestava a partire, ma anche quando, in quasi 15 anni, il cantiere stesso ha richiesto delle modifiche di questi programmi. Ancora di più la mia immaginazione si attiva, se penso ai cambi di strategia che seguono spesso al succedersi delle diverse governance che reggono proprio l’Università. Penso al peso e all’attenzione che le diverse correnti che percorrono la variegata galassia di docenti ed amministratori cercano di guadagnare in un mare agitato, a volte molto mosso, ove solo un ottimo capitano può condurre la nave verso lidi sicuri.

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Poi viene la capacità del progettista, un gruppo articolato di professionisti e docenti universitari riuniti sotto la sigla ISP, di saper indagare approfonditamente la struttura su cui si è chiamati ad intervenire e di metterla in stretta relazione con i programmi funzionali prima e finanziari poi, elaborati dal committente. Il compito è tutt’altro che semplice, ma questa è l’unica via da percorrere. Difficile rendere l’idea di quale sia realmente la complessità degli studi preliminari che anticipano la redazione di un progetto definitivo ed esecutivo di tale portata, ma tanto più questi studi, rilievi, campionamenti, provini sono eseguiti in maniera accurata, tanto migliore ed agevole sarà il lavoro di traduzione in progetto delle istanze del committente. In questo caso l’articolata struttura del vituperato ed ormai defunto ISP, fatta di esperti docenti di riferimento, di un formidabile coordinatore, di progettisti troppo poco citati e di ottimi apprendisti, ha costituito – si può dire – la formula magica di questa preziosa alchimia.

L’imprescindibile conoscenza del manufatto è dunque condicio sine qua non per affrontare il progetto. La teoria del restauro che guida la matita dell’architetto la si legge tutta in queste parole: “Uno stretto percorso che si è snodato tra prestazioni richieste e vincoli imposti, tra i modi dell’usare e del vivere e i modi del conservare e del percepire, è stata la marca faticosa e positiva di questo lavoro: modestia negli accorgimenti, per mai strafare, per mai coprire e cancellare l’esistente, e umiltà nelle scelte progettuali volte a perseguire effettivamente un recupero e non un ri-facimento, una ri-strutturazione” (cit. M. Spinelli e M.R. Pastore).

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In che cosa si è saputo tradurre questa teoria è a vostra disposizione nella Provianda, come nel Silos. Ma proviamo a scorrere velocemente le problematiche e le azioni cruciali che hanno permesso ai progettisti di centrare il bersaglio, soddisfacendo le esigenze del committente, ma anche rispondendo ai numerosi e consistenti vincoli di tipo monumentale, paesaggistico, igienico-sanitario, di sicurezza e genericamente derivanti dalla normativa, le cui istanze sono state presentate da quelli che si possono univocamente definire come controllori in grado di giocare un ruolo di prim’ordine. Pensiamo allora alla necessità di suddividere gli spazi, a volte anche in porzioni assai ridotte, in un edificio in cui la trasversalità dei percorsi longitudinali permette ancora di leggere il manufatto nella sua interezza – qui la differenza con il progetto del Silos è marcata – mediante l’utilizzo di diaframmi vetrati e di arredi fissi in grado di governare lo sguardo. Pensiamo all’equilibrio del sistema distributivo esistente, che trova massima espressione nei tre cortili, ora coperti, il cui valore funzionale ed architettonico è portato all’estremo dall’inserimento o dal completamento dei ballatoi che tutto collegano con una sobrietà ed eleganza rare.

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Pensiamo alla semplicità e assieme alla grande efficacia, in termini di benessere ambientale, ma anche architettonici, delle fonti di luce naturale ottenute realizzando una equilibrata serie di patii, che hanno permesso il recupero ai fini abitativi dell’interrato e del sottotetto, bilanciando magari, con soddisfazione del committente, la perdita di superficie utile derivante dal mantenimento nei percorsi orizzontali delle linearità originarie dell’edificio. Pensiamo alla ragionata, forse dolorosa, ma brillantissima scelta di svuotare le testate a nord e a sud dei due corpi avanzati per inserirvi delle imponenti ma aggraziate scale di sicurezza, atte a consentire l’esodo dalle due grandi aule di lettura della biblioteca, giustamente collocata nell’ultimo livello. Ciò ha permesso di soddisfare esigenze funzionali e normative stringenti, senza intaccare l’immagine di forza e austerità dell’edificio dall’esterno.
Pensiamo infine, giusto per citare i temi principali, alla razionale maestria dimostrata da architetti e impiantisti nell’arduo compito di domare reti di impianti estremamente articolate e tecnologicamente avanzate, senza irreparabilmente intaccare una struttura così delicata, concentrando tutto nel poco spazio disponibile e mascherando elegantemente questa complessità dietro a minimali artifici il meglio possibile inseriti nel contesto.

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Mi sia permesso a questo punto di tornare più sotto la superficie, riprendendo quanto accennato sul ruolo del controllore. Per la Provianda hanno dovuto lavorare alacremente anche i tecnici delle istituzioni, ovvero chi ha esaminato il progetto per conto del Comune di Verona, dell’ASL, dei VVF e soprattutto i funzionari della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici. Un ruolo ibrido, quasi di mediatori, lo hanno pure e con fatica svolto i responsabili dell’ufficio tecnico dell’Università di Verona. Ora provate soltanto ad immaginare quante possono essere state le persone, ciascuna nel proprio ruolo, chiamate ad esprimersi in merito a questo progetto. Pensate quante le istanze portate e le soluzioni analizzate. Considerate che durante l’iter di approvazione, varianti comprese, diversi indirizzi sono stati presi anche in dipendenza del fatto che sono cambiati, per motivi amministrativi, alcuni dei controllori: per esempio tre Soprintendenti, ciascuno con le proprie convinzioni. Ebbene dev’essere stato tutt’altro che semplice fare in modo che una rete di innumerevoli attori, nel rispetto delle gerarchie e dei ruoli, entrasse in reciproca relazione senza che si palesassero dei contrasti, umani e di ordine tecnico, a volte anche forti. Eppure si è riusciti ad arrivare al termine dei lavori più che onorevolmente, lasciando con intelligenza e modestia che il monumento continuasse ad essere il protagonista dell’intera vicenda.

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Quanto vorrei riuscire a trasmettere il fatto che un progetto, piccolo o grande che sia, è certamente una questione di carattere tecnico, estetico, se volete economico, ma è anche e per buona parte una questione di carattere umano, fatta di relazioni tra persone, attori del medesimo processo. Tanto meno precario è l’equilibrio che si riesce a creare tra gli operatori, tanto migliore sarà il risultato finale. Ma è altrettanto vero che, se il gruppo non identifica un direttore d’orchestra che sappia svolgere il proprio compito nel giusto modo, sarà difficile porre ordine tra le parti.

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Sinora poco abbiamo parlato di cantiere, ma ciò non vuol dire che, sia in termini temporali che di impegno di risorse, proprio il cantiere sia stato in grado di catalizzare e verificare tutto quanto detto finora. Per la vastità, l’eterogeneità e la complessità degli elementi, visibili e non, di questa fabbrica, entro la quale pur dopo numerose visite ancora qualche volta riesco a trovarmi disorientato, credo sia impossibile rendere a parole la fatica ed il lavoro che sono stati necessari per arrivare al risultato che potete apprezzare. Provo dunque a trarre due pensieri estratti dal testo di Mario Spinelli e Maria Rosaria Pastore, direttori tecnici dei lavori, rispettivamente mano destra e sinistra del professor Carmassi. Essi scrivono: “Sono stati necessari anni di esperimenti in cantiere per sfiorare un risultato accettabile nel recupero, per tangere un’immagine che non tradisca del tutto la storia delle tecniche costruttive tradizionali”. Penso allora a tutta la questione delle finiture, al disegno esecutivo ed alla realizzazione delle scale, delle passerelle, dei serramenti, al restauro ed alla valorizzazione delle stratificazioni delle superfici murarie, penso alla valida scelta di consolidare ed apprezzare il nuovo assetto delle facciate esterne, quasi prive d’intonaco, così come giunte a noi, ma ben diverse da com’erano in origine.

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Quanto lavoro e quanto sacrificio per ognuno degli encomiabili operatori. Dispiace solo di non aver potuto apprezzare la destrezza dei progettisti anche nel disegno dei complementi d’arredo mobili, che sinceramente sembrano poco in sintonia con l’ambiente entro il quale sono inseriti, tanto quanto lo è il piazzale asfaltato frettolosamente calato a terra tra Silos e Provianda.
E nonostante tutto si è arrivati brillantemente al termine, magari con qualche rimpianto o qualche compromesso in più del previsto, producendo di fatto una nuova fabbrica, ma del sapere questa volta, testimonianza del fatto che in 150 anni il mondo è sensibilmente mutato.

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Questo intervento non può che rappresentare una lezione di buona, anzi ottima, pratica architettonica in generale, ma soprattutto per una città con un patrimonio storico e culturale così ricco come quello di Verona. Un patrimonio sì formidabile, ma altrettanto poco valorizzato, poco tutelato. Panificio e Silos, ora luoghi aperti, senza dubbio diventeranno la vetrina per l’Università di Verona, che qui moltissimo ha investito, garantendosi un futuro auspicabilmente roseo. La città ringrazia, ma rimane colpevolmente inerte. L’Arsenale austroungarico, fratello maggiore del compendio di Santa Marta, attende sofferente, quasi esanime.

1 Cfr. i contributi raccolti nel numero 85 di «AV» (2010) e in particolare M. Spinelli e M.R. Pastore, Dal masterplan per la città agli spazi per la didattica, pp. 25-31.
2 L. Marconato, Lavori in corso alla Provianda di Santa Marta, in «AV» 96, 2014, pp. 74-77.
3 Di particolare interesse è il contributo di M. Spinelli e M.R. Pastore, L’ex panificio di Santa Marta a Verona diventa un campus universitario, posto nel volume a cura di Valerio Terraroli, Santa Marta. Dalla Provianda al Campus universitario, Cierre edizioni-Università degli Studi di Verona, 2015 (cfr. box).

COMMITTENTE
Università degli Studi di Verona
RUP: arch. Gianfranco Arieti

PROGETTAZIONE
IUAV Studi e Progetti – ISP srl
Dir. tecnico: arch. Mario Spinelli
Coordinamento tecnico:
arch. Maria Rosaria Pastore

RESPONSABILI COMMESSA
arch. Stefano Giorgetti (progetto di conservazione, di consolidamento e strutturale),
arch. Marco Scanferlin (progetto architettonico, impiantistico e antincendio)

CONSULENTI SCIENTIFICI
Progetto architettonico:
arch. Massimo Carmassi
Progetto di consolidamento:
ing. arch. Paolo Faccio
Progetto nuove strutture:
ing. Roberto Di Marco
Progetto impianti:
ing. Mauro Strada

DIREZIONE LAVORI
IUAV Studi e Progetti – ISP srl
DL: arch. Mario Spinelli
Vice DL: arch. Maria Rosaria Pastore
Assistenti alla DL: arch. Stefano Giorgetti, arch. Marco Scanferlin

CSP
ing. Domenico Ferro Milone

CSE
ing. Armando Merluzzi

CRONOLOGIA
Progetto definitivo-esecutivo: 2005-2008
Realizzazione: 2009–2015

DATI DIMENSIONALI
Sup. totale: 25.000 mq