Fusione creativa

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Il recupero delle fonderie didattiche dell’istituto Ferraris consegna alla città
un nuovo spazio teatrale valorizzando i caratteri archeologici dei macchinari

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Progetto: arch. Valeriano Benetti
Testo: Michelangelo Pivetta, Matilde Tessari
Foto: Diego Martini

Tra i molti ambiti in cui l’agire architettonico si muove nella contemporaneità non può passare inosservato il denso comparto del cosiddetto riuso. Il moderno, ormai derubricato in senso storico ad un passato che seppur recente appare sempre più remoto, ha abbandonato sul campo architetture che, come relitti – o forse già quasi rovine –, necessitano di azioni di reintegro funzionale all’interno del tessuto del costruito.
La vicenda della Fonderiaperta Teatro si inserisce quasi ingenuamente, in un personale ambito di strategia di riciclo architettonico e rigenerazione urbana, approfittando di un pezzo di città inutilizzato, abbandonato quale l’ex fonderia didattica dell’Istituto Galileo Ferraris.

Se già in Europa, come sempre verrebbe da dire, queste operazioni appartengono da decenni alla sfera della normalità, in Italia dove paradossalmente il concetto di demolizione appare assente, tali eventi rigenerativi stentano a trovare spazio. Ma è utile cercare di capire quale sia davvero il significato di riuso e cosa lo differenzi da quello di restauro o ristrutturazione.
A stabilire il passaggio tra una categoria di intervento e l’altra vi sono zone grigie che diluiscono i tentativi di matematica schematizzazione, ma si può provare a definire un processo logico e un atteggiamento progettuale diverso, in fondo è qualcosa che già conosciamo dalla storia dell’architettura, densa di eventi di riuso dall’antichità ad oggi, dal teatro di Marcello al Museo della Centrale Montemartini a Roma, alla milanese Città delle Culture.

Il riuso diversamente dal restauro si pone non tanto il problema della conservazione quanto quello della rifunzionalizzazione, quindi, l’ulteriore passaggio tra progetto ed oggetto, è la ricerca di una linguistica di responsabilità e rispetto del testo già scritto da altri.
Il linguaggio della sintesi e una rinnovata coscienza del valore della rovina sono i paradigmi fondamentali che stanno segnando il percorso dell’architettura contemporanea. Il primo scaturisce dall’omologazione del gesto architettonico, dalla necessità di riassumere ogni espressione del minor numero di passaggi, nel minor numero di tracce compositive, nel minor numero di materiali, secondo una distorta ma altrettanto condivisa interpretazione modaiola del miesiano less is more. Tanto comoda per ritenersi à la page e soprattutto per convincere i committenti dell’economicità (possibile) dell’Architettura quanto difficile da utilizzare davvero sul campo. Il secondo, invece, è necessario data la resilienza degli oggetti architettonici e pure dell’uomo, capace di adeguarsi alle criticità preferendo a questo punto governarle piuttosto che determinarne l’eliminazione.

Fonderia trova il suo spazio in un contesto urbano in fermento. Solo un muro di cinta separa l’Istituto Ferraris dall’ex convento di San Domenico, attuale sede del comando dei Vigili urbani, edificio ai limiti dell’agibilità che, una volta trasferita l’attuale funzione, dovrà essere restaurato e destinato a nuovi usi. Dall’altro lato di via del Pontiere, giusto di rimpetto al varco tra gli edifici del Ferraris che dà accesso al Teatro, da novembre è visitabile la extended version del Museo degli Affreschi G.B. Cavalcaselle, ampliato dopo un lungo restauro negli spazi e nel percorso delle opere esposte, che accoglie il grande patrimonio degli affreschi veronesi e una rilevante quantità di materiali proveniente dai depositi dei Civici Musei e che meritava di essere accessibile. Poco più in là, sempre su via del Pontiere, non solo grandi interventi ma anche un piccolo accurato progetto di interni di carattere architettonico gastronomico.

E poi due questioni aperte in cui torna buona l’idea di restauro e riuso: sicuramente destinati a una riconversione funzionale sono infatti l’edificio che ha ospitato fino al recente trasloco l’Archivio di Stato, in via delle Franceschine, e i palazzi degli Uffici tributari progettati da Libero Cecchini e affacciati su lungadige Capuleti, praticamente dismessi. Anche questi esempi connotano l’area di una forte potenzialità urbana, proiettata verso un nuovo destino (che ci auguriamo comprenda anche la vocazione culturale).
L’esempio di Fonderiaperta Teatro si configura così come l’esempio di un’occasione colta capace di far germinare nuovi cicli di vita, ispirata – forse inconsapevolmente in senso architettonico – ai concetti di reuse-reduce-recycle e in senso economico a quelli di economy-equity-environement.

L’idea del teatro nata nel 2003 dall’attore e regista Roberto Totola, presto assume forma di spazio polifunzionale, diventando sì teatro di prosa ma anche auditorium, spazio espositivo per le arti e il design, sala congressi e luogo sociale per attività didattiche e culturali. I lavori partono dal 2004, con Roberto Totola assieme a Marina Furlani, attrice coreografa, e ad alcuni collaboratori e amici; tutto è gestito in autonomia nel corso di undici anni tra le fasi di pulizia, sgombero e riordino, e poi allestimento e risoluzione di questioni burocratiche. Fino ad arrivare all’inaugurazione di Fonderiaperta Teatro nel novembre 2015.

A Fonderiaperta Teatro si accede da via del Pontiere, attraverso un largo corridoio che fa da filtro tra l’edifico scolastico “Galileo Ferraris” e un annesso della scuola stessa, in una sorta di promenade che invita l’ingresso al teatro. L’idea di usare un pezzo di un edificio scolastico per una funzione serale e complementare agli usi didattici tradizionali va nella direzione di pensare ai complessi scolastici come organismi urbani, di rompere i recinti della loro autoreferenzialità spaziale, temporale e amministrativa: una ottima idea.

Gli spazi del teatro sono ricavati nell’edificio che ospitava le fonderie didattiche, annesso al fabbricato scolastico sul lato est. Il teatro è organizzato in due spazi principali, un grande foyer e la sala teatrale. Si arriva al foyer attraverso un percorso dove sono esposte le tele di Alessandro Capuano, artista e direttore artistico del teatro, e che si apre in un primo spazio a destra, più piccolo, definito da un rialzo, dove è predisposto un tavolo per riunioni, distribuito sotto i vecchi macchinari della fonderia; a sinistra il ridotto è ampio e vi si trovano delle sedute e un piccolo bar, e ancora i macchinari della fonderia che da qui si possono cogliere con un angolazione più ampia, notando i camminamenti in quota che un tempo servivano per la manutenzione dei macchinari e adesso conducono a due soppalchi, un piccolo ufficio e un atelier di pittura.
La sala teatrale ha 150 posti, uno spazio raccolto e intimo, ed è separata dagli altri spazi da tendaggi scuri. Tutto il teatro è stato allestito e arredato con materiali di recupero o forniti da sponsor tecnici: i segni più evidenti sono le mattonelle rosse che rivestono la struttura in ferro del bancone del bar, i gradini della platea e che creano la cornice del palco. La pavimentazione è un continuum con l’esterno di sanpietrini di porfido disposti ad archi.

Qui il tempo, le difficoltà pratiche e la tenacia degli ideatori hanno sedimentato un’esperienza architettonica di notevole spessore. L’operare certosino tra i macchinari della ex fonderia della scuola è la matrice dell’intero progetto, condotto per la parte tecnica e burocratica dall’architetto Valeriano Bonetti. Tra rulli, forni e contenitori di materiali ferrosi il tempo sembra essere andato in pausa, pure garantendo attraverso il fondale creato da questo straordinario fermo immagine un supporto più che adeguato alla vita e alle attività contemporanee. Come potessimo muoverci oggi all’interno di una scenografia sironiana resa reale, ogni momento è vissuto attraverso una sorta di alienazione e mistica sublimazione del concetto spazio/tempo.
Il concetto che sta dietro a queste operazioni di riuso è l’elaborazione di una nuova condizione della modernità, che smette di essere una natura morta e semplicemente cambiando lingua diventa still life cioè “ancora viva”. Forse, proprio per questo e in quale modo, riuso è da ritenere segnale di interesse per una postmodernità altra, per la contemporaneità.

COMMITTENTE
Fonderia Aperta Teatro

PROGETTO ARCHITETTONICO
arch. Valeriano Benetti

STAFF
Roberto Totola, Marina Furlani,
Eugenio Chicano, Alberto Bronzato,
Valeriano Benetti, Chiara Chiappa,
Demetrio Chiappa, Riccardo Tedeschi,
Riccardo Pippa, Alessandro Capuano

FORNITURE
Gruppo Manni (strutture in acciaio per il palco)
Stone Italiana (rivestimenti)
Prisma (apparecchi illuminanti)

CRONOLOGIA
Progetto: 2004
Inaugurazione: 2015

DATI DIMENSIONALI
Posti a sedere: 156