Il Bastione nel parco

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L’intervento di restauro del Bastione delle Maddalene rappresenta il primo tassello giunto a compimento del grande progetto per l’area della ex Caserma Passalacqua

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Progetto: M.P.&T. Engineering – arch. Giovanni Policante
Testo: Marco Cofani
Foto: Michele Mascalzoni

Salendo sugli spalti erbosi dell’appena restaurato bastione delle Maddalene, la sensazione è quella di ritrovarsi di fronte ad un antico palinsesto ancora in parte da decifrare, ricco di aggiunte, riscritture, annotazioni, cancellature e scarabocchi, anche recenti. A est, entro le mura, appare Veronetta e il suo passato di fortezza militare ormai prossima alla completa riconversione a funzioni civili; mentre a ovest, fuori le mura, si scorge Borgo Venezia, emblema della città del Novecento con le grandi infrastrutture e gli spazi della produzione.

Lo sguardo cerca la scintillante Santa Marta, ma viene subito interdetto dai cantieri dell’housing sociale che in parte ne occultano la testata orientale: una scelta urbanistica, questa, francamente poco comprensibile su cui vale davvero la pena di sorvolare, cercando di ingannare gli occhi e portarli a percorre d’infilata la grande spianata di Campo Marzio, dove il pensiero immagina il grande parco urbano che abbraccerà la Provianda sino a raggiungere Porta Vittoria. Voltando a ovest, si viene catturati dal movimentato skyline creato dai ricostituiti terrapieni del bastione delle Maddalene, le cui cortine laterizie conservano sia le tracce dei passati crolli che dei recenti restauri. Si scopre infine che il mondo, “fuori dalle mura” non solo esiste, ma sarebbe anche facilmente accessibile attraverso la vicina stazione di Porta Vescovo, che in futuro non troppo lontano si spera possa rientrare nel progetto di valorizzazione del Parco come, ad esempio, nodo di interscambio per il trasporto leggero. Scendiamo però ora dalla sommità del bastione per scoprirne l’interno.

L’intervento di restauro, che di fatto rappresenta il primo tassello effettivamente compiuto del grande progetto di recupero dell’area della ex Caserma Passalacqua, ha dovuto affrontare non pochi problemi, dalle bonifiche preliminari dell’area dai residuati bellici alla scelta della destinazione d’uso sino alle soluzioni tecniche adottate per il risanamento degli ambienti ipogei. Ad opera conclusa, la difficoltà maggiore pare però quella di far uscire questo gioiello di architettura militare dall’isolamento in cui si trova rispetto al resto della città. Isolamento che appare non solo “fisico” ma anche concettuale e strategico, per la mancanza di una stretta relazione tra il neonato Centro di Documentazione “Verona Città Fortificata” (ospitato nel bastione e la cuimissione è ancora tutta da perfezionare) e gli altri luoghi della cultura veronese. L’apertura del parco di Campo Marzio e la connessione con la Santa Marta sarà quindi un tassello fondamentale, ma non l’unico, per la valorizzazione di questo luogo.

Il progetto di restauro del Bastione si caratterizza per i tre differenti ambiti d’intervento: l’interno, con il recupero del sistema di casematte del bastione suddiviso su due livelli; il “sopra”, con il ripristino dei terrapieni; l’esterno, con il restauro delle cortine murarie.

Negli spazi interni l’intervento conservativo si risolve con una efficace e non eccessiva opera di pulizia e consolidamento delle superfici, che mette in evidenza i differenti materiali e tecniche costruttive adottati nelle due principali fasi realizzative: la prima, quella cinquecentesca, con i possenti organismi laterizi pensati dagli architetti della Serenissima; la seconda, quella ottocentesca, con la caratteristica tecnica dell’opera poligonale lapidea, “marchio di fabbrica” del Genio Militare Asburgico. Fra le modifiche introdotte da quest’ultimo sono di estremo fascino, nei due ambienti principali un tempo adibiti a cannoniere, i grandi tagli sulla volta laterizia praticati per permettere l’evacuazione dei fumi delle artiglierie: funzione mantenuta dal progetto di restauro, per garantire i corretti ricambi d’aria e permettere ad una lama di luce naturale di insinuarsi nel ventre del bastione, interrompendo almeno per un attimo la continuità dell’illuminazione artificiale.

Le aggiunte previste dal progetto riguardano essenzialmente le chiusure esterne e le pavimentazioni, interamente mancanti prima dell’intervento, l’impiantistica e l’allestimento. Le pavimentazioni, secondo rigore storico, sono in lastre di pietra di Prun e si arrestano timidamente a pochi centimetri dalle antiche pareti, in maniera quasi impercettibile. I serramenti con vetrocamera e l’allestimento si caratterizzano per l’ampio uso del legno a vista, per la quasi totalità degli elementi: una scelta che in questo contrasta con la tradizione che prevedeva, almeno per tutti i manufatti lignei esposti all’esterno, l’applicazione di uno smalto protettivo coprente caratterizzato, nell’architettura militare asburgica, anche da gamme cromatiche codificate. L’uso del legno a vista si nota soprattutto nell’allestimento: tavoli, sedute, mobili, espositori verticali e, in particolare, i grandi totem che ospitano gli schermi multimediali e contemporaneamente celano le macchine per il controllo dell’umidità. Come spesso accade, gli arredi sono stati progettati prima di conoscere il contenuto delle esposizioni, che ancora in gran parte manca poiché il Centro è appena stato istituito.

Le reti impiantistiche, in particolare quella elettrica, sono quasi sempre collocate al di sotto dei nuovi pavimenti lungo cui, lateralmente, sono disposti anche i corpi illuminanti delle gallerie e degli ambienti di dimensioni più contenute. Nelle sale principali, l’illuminazione è realizzata con faretti collocati su un binario appeso alla volta. Anche la stretta galleria di contromina, che attraversa l’intero bastione per circa 200 metri, è stata interamente ripulita, resa visitabile e illuminata con una rete impiantistica totalmente a vista.
Il “sopra” del bastione risulta forse l’ambito dove la forza dell’idea progettuale di base – la ricostituzione dei terrapieni “com’erano e dov’erano” in epoca asburgica – si sostanzia nell’intero intervento e dimostra come sia possibile recuperare dalla storia alcune “regole” per il trattamento e la conformazione dello spazio pubblico derivanti da discipline scientifiche apparentemente lontane dall’architettura. Nel nostro caso la balistica e la fisica dei materiali, che hanno contribuito per secoli in maniera decisiva al disegno delle moderne città europee, vetta insuperata della nostra civiltà.
I terrapieni sono stati ricostruiti riutilizzando gli inerti frutto delle cospicue demolizioni praticate durante le bonifiche dell’area e, successivamente, coprendoli con terreno vegetale adeguatamente “armato” con reti in tessuto. La scelta di posizionarvi all’interno anche i locali tecnici e i servizi sia per i visitatori del Centro che per gli utenti del parco ha ulteriormente contribuito al contenimento dei costi dell’opera. I parapetti metallici che affiancano tutti i percorsi faticano ad integrarsi con l’elegante disegno del suolo ma, non potendo rinunciarvi per questioni di sicurezza, dobbiamo cercare di farli sparire con l’immaginazione.

Il “continuo movimento” imposto al parco dall’andamento dei terrapieni e i molteplici punti di osservazione sulla città invitano a percorrere in lungo e in largo gli spazi, attraverso i sentieri realizzati con un calcestruzzo che riprende la tenue colorazione gialla del calcare veronese utilizzato dagli austriaci per gli interventi sul bastione. Le soluzioni formali adottate per il “sopra” del Bastione caratterizzeranno un domani l’intero intervento sul parco che, una volta completo, confidiamo potrà farci nuovamente respirare quel genius loci che ha reso Verona la città che ammiriamo ma di cui, forse troppo spesso, dimentichiamo le radici o le mascheriamo con invenzioni di dubbio gusto e nessuna cultura.

Scendendo invece dai terrapieni e visitando l’esterno del bastione, cil cui restauro è ascrivibile ad altro progettista, si percepisce come l’intervento conservativo sulle cortine edilizie si sia limitato alla radicale pulizia e al consolidamento dei diversi materiali e superfici messi in luce dai parziali crolli sofferti dal manufatto nel passato. Le stratificazioni costruttive della muratura rimangono quindi pressoché interamente visibili, protette da malte di costipamento e sigillatura dei giunti e di copertura degli elementi più esposti alle azioni delle intemperie. La scelta, di per sé ineccepibile, rimanda ad alcuni interrogativi riguardo la futura manutenzione dell’opera, certamente non agevole e nemmeno ipotizzabile nell’arco di alcuni decenni visti i diversi chilometri di mura sui quali, se le disponibilità lo consentiranno, si dovrà per prima cosa intervenire.

Nel medesimo ambito progettuale, altri interrogativi riguardano il consolidamento del tratto di muro che, tra il bastione delle Maddalene e Porta Vescovo, si erge al di sopra delle cortine cinquecentesche. Per tutta la lunghezza delmuro, realizzatonel tardo Ottocento o forse all’inizio Novecento, sono stati affiancati da entrambi i lati alcuni tiranti in acciaio collegati e fissati, sulle testate, da  rozzi capichiave in carpenteria metallica, peraltro già arrugginiti: la scelta conservativa, anche in questo caso corretta nel principio, denucnia però un pensiero progettuale sommario dell’elemento di rinforzo, rendendo poco felice il risultato.


A uno sguardo d’insieme non può sottrarsi il confronto tra i due interventi sul bastione delle Maddalene e sulla Santa Marta, entrambi caratterizzati da un approccio di fondo fortemente conservativo ma anche da scelte progettuali molto diverse. Si nota, ad esempio, il differente trattamento delle pavimentazioni interne, che nel bastione ripropone i materiali e le geometrie dell’antico manufatto mentre nella Provianda definisce delle superfici lisce e omogenee, che paiono quasi levitare nel loro minimalismo accanto alle enormi masse murarie in pietra. Oppure il diverso approccio al progetto degli impianti, rispettosi dell’integrità delle pareti nel bastione e invece perfettamente camuffati, sottotraccia, nella Santa Marta. O ancora, l’uso di elementi in legno naturale a vista all’interno del bastione, totalmente assente nella Santa Marta e sostituito quasi sempre con il metallo dipinto a smalto.
Si potrebbe continuare, ma in definitiva quello che conta è il ritorno alla città di questi spazi e di queste strutture che ancora stupiscono per la qualità costruttiva insuperata e la bellezza dei luoghi che contribuiscono a definire. Sta ora proprio alla città, e ai cittadini, farle vivere e respirare ogni giorno. A noi architetti rimane la speranza di continuare ad occuparci di queste opere, per non arrestarne il “movimento” e celebrarne ancora una volta la memoria e la bellezza. •

COMMITTENTE
Comune di Verona

RUP: ing. Sergio Menon

PROGETTO ARCHITETTONICO

M.P.& T. engineering
arch. Giovanni Policante

CONSULENTE STORICO

arch. Lino Vittorio Bozzetto

PROGETTO STRUTTURE

M.P.& T. – ing. Stefano Malagò
ing. Alberto Maria Sartori –
Sartori & Sartori ingegneri

PROGETTO IMPIANTI

M.P.& T. – geom. Gianluca Zordan
HTW – ing. Arrigo Andreoli

DIREZIONE LAVORI

M.P.& T. – arch. Cristian Scardoni

CRONOLOGIA

Progetto e realizzazione: 2013-2015
Inaugurazione: 23 ottobre 2015