Il Quartiere secondo San Marco

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Continua la rassegna delle passeggiate urbane alla scoperta dell’architettura del passato e di quella del presente, nelle loro reciproche interazioni

 

 

Testo: Angela Lion
Foto: Michele Mascalzoni

Che cosa si intende esattamente con il termine quartiere? Forse una zona della città distinta per particolari caratteristiche topografiche, funzionali o storiche? Nel quotidiano si è soliti chiamarlo in modi diversi, a seconda delle destinazioni d’uso – industriale, residenziale… – dello strato sociale degli abitanti – il quartiere alto, quello elegante, signorile oppure basso, popolare – o dell’ambito geografico – il ‘satellite’ rispetto al centro abitato, nella periferia di grandi aree urbane, o il quartiere dormitorio, situato all’estremità delle metropoli e formato da un fitto agglomerato di edifici. In quest’ultima definizione sta la corretta chiave di lettura: il quartiere altro non è che un fitto agglomerato di edifici che caratterizza un ambito urbano. Lo ritroviamo in quei luoghi della vita comune che possono apparire privi di significato architettonico, ma che in realtà racchiudono nelle loro forme e nelle loro tipologie i fondamenti della nostra tradizione urbana.

Inoltrandoci nella maglia stradale al di là del canale Camuzzoni, oltrepassata porta San Zeno, ci viene suggerito un percorso veronese attraverso il quartiere San Marco. La sua fisionomia attuale ha antiche origini: fu tra gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi del Novecento che, fuori porta, iniziò il processo di trasformazione da zona rurale a quartiere urbano, dando origine a un’importante realtà insediativa. La sua ampia superficie, che faceva parte del comune di San Massimo all’Adige – autonomo rispetto al capoluogo – si estendeva fino alla cinta muraria cittadina, e comprendeva tre zone abitate: quella di Boscomantico – all’epoca già caratterizzato dal campo di aviazione militare – il Chievo e Borgo Milano. Fu solo nei primi anni del fascismo ad avvenire l’annessione amministrativa a Verona.

 

 

È il reticolo stradale a definire gli ambiti di questo quartiere. Appare suggestivo, infatti, come il tracciato urbano si intersechi con edifici di piccola entità, tipici della tradizione degli anni venti, connotati da forme e tipologie liberty andate in parte perdute. Villini di due o tre piani allineati l’uno all’altro, ordinati da semplici recinzioni al di là delle quali si intravedono piccoli giardini. Poco distanti, troviamo le rivisitazioni in chiave moderna e i rimaneggiamenti delle palazzine in disuso. Il dialogo tra gli edifici maggiormente radicati – ad esempio la chiesa di quartiere – e le nuove strutture è percepibile attraverso le forme, i materiali e i colori. Gli elementi stilistici si semplificano: poche decorazioni per dare spazio ad un pensiero architettonico funzionale, per nulla celebrativo.

 

Non mancano i nuovi stilemi legati alle tendenze attuali: ne è un esempio la palazzina ai civici 27/29 di via San Marco, ricostruita dall’architetto Agostino Basso sul sedime di un fabbricato a due piani del dopoguerra. Il processo compositivo, in questo caso, si articola nella rilettura delle forme attraverso una nuova configurazione tipologica che nulla ha a che vedere con il vecchio edificio, ma che dello stesso cerca di preservare la fisionomia in pianta, librandosi nella rappresentazione degli alzati. Questo modus operandi definisce l’involucro come una scatola ‘a sorpresa’: attraverso un effetto di mascheramento, i tagli in parete celano i vuoti, e quanto appare all’esterno non è lo specchio del suo interno. Campiture in pietra d’Istria – che richiamano le piccole abitazioni circostanti – definiscono l’attacco al suolo, mentre le superfici intonate scandiscono un impaginato prospettico lineare sebbene articolato. Forme semplici, segni ben distinguibili e moderni.

 

 

A questi edifici misti commerciali e residenziali, dalle forme ancora contenute, si affiancano gli imponenti manufatti che hanno preso spazio negli anni settanta-ottanta. Lo skyline è fortemente disomogeneo, ma non per questo disarmonico. Questi condomini ‘multistrato’, dalle forme geometriche squadrate, sono realizzati con strutture in cemento armato, spesso completamente a vista. Il colore grigio delle maglie dei fabbricati si alterna alle campiture brune dei clincker, nella scansione tra forometrie ed elementi a sbalzo.

 

Un elemento rilevante per il quartiere, caratterizzato dall’utilizzo del cemento a vista, è rappresentato dall’Hotel Leopardi, costruito alla fine degli anni ‘80 sull’area un tempo occupata dalla sede della Paluani. Curiosamente, l’edifico porta la firma del medesimo progettista – l’architetto Rosario Firullo – di un altro manufatto simbolo della città e della sua importante industria dolciaria, il “Bauli”, caposaldo della Z.A.I. Questo albergo nasce con desideri e ambizioni similari: il cemento armato a vista delle facciate è adorno solo delle finiture metalliche dei serramenti, come il grande occhio vetrato a sbalzo verso Corso Milano. Un accesso carraio taglia in mezzeria il fabbricato, attraversando completamente questo immenso cubo di Rubik. Il suo essere è preponderante ed eloquente: il materiale definisce al contempo lo spazio e la sua identità.

 

 

Nel quotidiano, percorrendo le strade con frenesia, gli edifici che ripetutamente passano davanti ai nostri occhi e le forme che siamo soliti recepire come consuetudine, scorrono come in un lungometraggio, senza essere in grado di recepire il cuore pulsante che le rende uniche. Ecco perché solo soffermandoci è possibile leggere le evoluzioni del tessuto urbano: si colgono così aspetti peculiari che racchiudono diverse manifestazioni del parlato architettonico, casi in cui la destinazione d’uso ha reso completamente nuovo il delinearsi di un ambito. Come l’officina di un elettrauto in via San Marco, che oggi racchiude al suo interno una realtà multiforme: lavoro, casa ed attività.

 

 

Altri inserimenti appaiono ben più visibili: da un villino si realizza, grazie alle normative vigenti, un’architettura condominiale dall’aspetto fortemente contemporaneo. VAM 26, in via Manzoni al 26, è un progetto dello studio A.c.M.e., che già aveva sperimentato il paradosso della facciata-non facciata, grazie al gioco degli schermi metallici (là scorrevoli, qui ripiegabili a libro) nella casa per lavoratori immigrati alle Golosine (cfr. «AV» 81, pp. 48-52).

 

 

La sagoma dell’edificio, uno svettante parallelepipedo perpendicolare alla strada, appare in realtà come un Giano bifronte. A nord la facciata è una quinta muraria massiva, chiusa sia climaticamente che simbolicamente, con ridotte aperture a servizio di camere e locali accessori; solo le vetrate del corpo scala, posto in posizione baricentrica, si infittiscono verso il centro del prospetto. Le aperture sono concentrate nei fronti a giorno, schermate da pannellature in lamiera forata di alluminio che conferiscono unitarietà e leggerezza ai prospetti. Il volume compatto dell’edificio viene così smaterializzato, e appare da lontano ‘misterioso e altero’.
Un piano attico, letteralmente appoggiato in copertura, si apre a godere la vista conquistata al di sopra degli edifici adiacenti: solamente immaginabile, però, da chi percorrerà questa passeggiata urbana.  

 

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