Passeggiate urbane

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Un itinerario nel quartiere Pindemonte a Verona leggendo l’architettura della città e le sue trasformazioni

 

 

Testo: Angela Lion
Foto: Gaia Zuffa

Immaginate per un momento di essere degli individui ‘senza tempo’ e di addentrarvi tra i percorsi di una zona poco distante dal centro storico della città. Il primo impatto? Trovarvi di fronte a una selva di stili e a una varietà di elementi costruiti. Il quartiere Pindemonte, a pochi passi dalle mura magistrali dell’Urbe, si presenta così: denso e popolato di esempi di quell’architettura che prende piede dal primo Novecento fino ai giorni nostri. Un imperversare fitto di segni nello spazio che delineano l’alternarsi di più epoche: la nostra identità architettonica. Passeggiando in questa maglia di linee ortogonali, attraverso un paesaggio ordinato e ben curato, si respira un’aria particolare. I mutamenti sono percepiti dallo sguardo in movimento in cui si coglie un imperversare della discontinuità, del frammento, della ricerca fortemente individualista, pur nel rispetto dell’insieme. Tale analisi non è meramente formale: è rivolta a una nuova estetica urbana che tenta di dare un’identità alla storia sociale del costruire. Cartier Bresson sosteneva che “fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere”. La stessa cosa avviene per chi si addentra in questa fisicità compositiva. Gli esempi sono molteplici.

Da un punto di vista formale, essa può assumere la connotazione del segnale allusivo, quando riesce a dare il benvenuto trasferendo il carattere di ciò che è custodito oltre il recinto. Altre volte, più delicatamente, può invitare il visitatore ad accostarsi gradualmente, delineando, magari attraverso un giardino, un vero e proprio cammino di entrata. Altre ancora, può trasformarsi in un elemento essenziale e controllato, di lettura quasi automatica.
I materiali con i quali questi “dispositivi di accesso” vengono realizzati, contribuiscono alla definizione di esperienze percettive ed emozionali, che possono rimanere indelebili nella memoria, nelle azioni di guardare oltre o solo immaginare, toccare la consistenza materica e apprezzarne o meno l’eventuale utilizzo in contesti limitrofi (nella recinzione, nell’edificio), ascoltare il proprio passo e quello di altri. Di fatto, proprio attraverso l’analisi della varietà compositiva e costruttiva e della capacità espressiva, è possibile indagare questo “elemento tradizionale”, quale “combinazione instabile in cui confluiscono orientamenti culturali, simbolismi dimenticati, sviluppi tecnologici”, come suggerito dalla contemporanea Biennale di Architettura.
Alcuni esempi, nel veronese, descrivono superfici di contatto tra spazio pubblico e privato e suggeriscono di “attraversare lo specchio”, per scoprire habitat dove l’equilibrio è stato sovvertito, al fine di accogliere le esigenze di chi vive “dentro” a quei mondi personalizzati. Si tratta di tre interventi, rappresentativi gradi di isolamento di differente intensità, che racchiudono tre luoghi diversi: il primo totalmente privato, che traguarda dall’alto il dispiegarsi del territorio circostante; il secondo semi-pubblico, partecipe della storia urbana, con un ruolo culturale ed educativo; il terzo a valenza pubblica, che incarna e testimonia la legge all’interno e al servizio della città.

 

 

La bellezza di questo procedere sta nel progredire per parti, assaporando, in un connubio equilibrato, realtà molteplici e disuguali. È un vedere globalizzato, costruito da entità architettoniche ‘multietniche’ nelle loro forme e nei loro principi costruttivi.
Il quartiere nasceva come ampliamento di quella estensione lungo l’ansa occidentale dell’Adige che aveva visto la realizzazione delle prime ville Liberty destinate all’alta e media borghesia. A queste seguirono i condomini costruiti durante il Ventennio, a testimoniare la diffusione nel settore dei privati dello stile architettonico razionalista. Queste aree, originariamente agricole, furono sottoposte ad un progetto di pianificazione urbanistica su larga scala riprendendo l’idea di città-giardino, concetto chiave per gli urbanisti di fine Ottocento. Determinante fu la seduta del consiglio comunale tenutasi il 3 marzo 1910 e presieduta dal sindaco Eugenio Gallizzioli con l’approvazione del piano regolatore relativo ai “sobborghi di Borgo Trento e Valdonega”.

 

 

Il piano fu così destinato ad imprimere alla zona l’aspetto ancora oggi in gran parte visibile. Si susseguirono firme tra le più importanti, dando a tale ambito territoriale, rispetto al consistente patrimonio artistico del centro storico, un’alea di prestigio. Nel 1931 venne bandito il Concorso per il Piano Regolatore. Dal 1938, dopo l’attivazione del nuovo Ospedale nella zona più settentrionale di Borgo Trento, quest’area fu sempre più potenziata: vennero costruite nuove arterie, riprese poi nel 1947 dopo la tragica parentesi del secondo conflitto mondiale.

 

 

È qui nella piazza antistante la parrocchia del Sacro Cuore di Gesù il cuore pulsante del Pindemonte; uno squarcio che si impone garbatamente al consistente edificato, attraverso il segno chiaro e forte della chiesa. Il manufatto si presenta etereo, dalle linee semplici e pulite, elementi che l’architetto Lorenzo Rosa Fauzza nel suo intervento di ristrutturazione e ampliamento ha saputo rispettare. È riuscito a riunire il vecchio e il nuovo, creando un gioco di volumi dal disegno limpido, all’insegna di un complesso organico e funzionalmente efficiente. Non ha mai perso di vista quella sobrietà che voleva essere insita nella struttura. Il valico che consente l’accesso alla chiesa rappresenta una sorta di passaggio ascetico, in cui il rigore formale e la possenza del cemento armato della facciata vengono trasposte alla semplicità e alla luce dell’interno, creando nel visitatore un’inevitabile ‘guardarsi dentro’. Il tutto enfatizzato a sostegno del culto e della devozione dei fedeli attraverso la rappresentatività dell’arte. L’essenza della bellezza divina è rappresentata dai manufatti artistici: la marmorea Via Crucis di Novello Finotti, le statue dedicate al culto mariano, la pala d’altare firmata Aristide Bolla, le vetrate realizzate su disegno del Fauzza ad opera della rinomata bottega vetraia Poli, e il prezioso organo di Franz Zanin.

 

 

Da qui si alternano per le strade del quartiere le più variegate tipologie edilizie. È interessante vedere come la villa Liberty degli anni Venti sia accostata al condominio di ultima generazione in un dialogo quasi parossistico. Il tutto legato da un profondo rispetto – oserei dire reverenziale – dello stile, senza mai tradire le correnti di pensiero e le tecniche che nei diversi anni caratterizzarono quelle costruzioni. L’architettura diventa un orologio che scandisce chiaramente il tempo, uno stratificarsi lungo la verticale del linguaggio architettonico: un progredire, un continuo essere in fieri ex factum. Il tessuto urbano diventa pertanto la straordinaria stratificazione di storie e di idee che compongono l’universo urbano contemporaneo.

 

 

Le esigenze degli anni post bellum, quelli della ricostruzione, hanno inevitabilmente evidenziato necessità diverse. Ecco il nascere di imponenti condomini, con tecnologie e stili agli antipodi rispetto ai manufatti decorati proposti dall’Art Nouveau. Incontriamo strutture in cemento armato a vista, arricchite da grandi balconi a sbalzo pensati con una logica ben precisa: dove non è più possibile avere il giardino si ricreano, attraverso elementi aggettanti, quegli spazi verdi sottratti al lotto. Palazzetti rivestiti in elementi ceramici o in clinker dai colori austeri ma equilibrati in un sodalizio accattivate.

 

 

Poi i regolamenti, i piani, le norme hanno limitato il tutto e, nell’intento di stabilire a priori con quali modalità la città dovesse svilupparsi, si è inevitabilmente persa la coerenza che definisce questi quartieri, ovvero il diritto del cittadino di esprimere la propria visione della società in cui vive. Un’architettura costruita intorno alle regole, per le regole e senza una regola. Svettano o si intrufolano palazzi a volte avulsi dal contesto. Lì o altrove non importa: sono volgarmente definiti ‘unisex’. Apolidi, costretti in abiti goffi e poco armoniosi, che non permettono di leggere la silhouette del paesaggio che li ospita; troppo studiati a garantire le classi di rendimento non certo stilistico, bensì del risparmio energetico. Altri esempi, invece, hanno tentato riuscendovi di instaurare un dialogo con il tessuto esistente, cercando di inserirsi in modo garbato nella modernità della nostra cultura costruttiva, nello studio delle tipologie, dei materiali e di nuove morfologie, ovviando in tal modo a quanto imposto. Marco Romano in ‘Liberi di Costruire’ scrive che “la città è aperta ad ogni nuovo venuto purché ne rispetti le consuetudini”.

 

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In una lingua di terra angusta nella forma e nascosta dai prospetti del consolidato spicca l’edificio realizzato ad opera dello studio veronese Architer. È interessante cogliere nel manufatto la ricerca di questa condivisione. L’accostamento di più volumi a scalare, seppur legati tra loro da vuoti e pieni, nasce essenzialmente dalla morfologia del lotto, stretto e profondo, e dalla cerchia serrata di costruzioni che lo affiancano. Il luogo è stato sicuramente per l’architetto Caleffi, progettista dell’intervento, l’elemento da cui partire nella riflessione progettuale e con cui far dialogare forme architettoniche e contesto. Pertanto il fabbricato, destinato a nove appartamenti, si articola in modo omogeneo e per materiali e per tipologie, relazionandosi organicamente con il folto numero di condomini ‘d’alto fusto’ e gli elementi architettonici del passato più raccolti. Convivere per garantire continuità. L’edificio, composto da un elegante accostamento di setti verticali – le quinte dei muri perimetrali – ed orizzontali – balconi e terrazze – propone una soluzione ‘leggera’.
Emerge la voglia di semplicità affiancata ad uno stile versatile nei confronti dello spazio e della sua individuazione. Il fabbricato diventa un modello abitativo legato alla tradizione, seppur moderno, efficiente nelle sue componenti tipologiche e nella fruizione del circostante.

 

PALAZZO A TERRAZZE
Via Montenero

COMMITTENTE
Impresa Cacciatori srl

PROGETTO 
arch. Antonio Biondani
arch. Gian Arnaldo Caleffi
arch. Giulia Ghirardi

DIREZIONE LAVORI
ing. Piergiorgio Bronzato

COLLABORATORI
arch. jr. Enrico Tubini
geom. Laura Muner
geom. Simone Sandrini

COORDINAMENTO DELLA PROGETTAZIONE
Architer srl

STRUTTURE
ing. Fiorenzo Righetti

IMPIANTI
ing. Loris Bisighin

SICUREZZA
arch. Rossana Sette

CRONOLOGIA
Progettazione esecutiva: 2008
Realizzazione: 2008/2009

IMPRESA ESECUTRICE
Impresa Fianelli srl

DATI DIMENSIONALI
Volume fuori terra: 2.486 mc