Una vasca piena di spazio

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Dagli archivi di AV, 2012: una lettura della vasca natatoria all’Arsenale come spazio pubblico condiviso

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Progetto: David  Chipperfield Architects
Testo: Gianni Vesentini
Foto: Cristina Lanaro/PhPlus

Sono le 18,45, chiudo la porta alle mie spalle, scendo a piedi i cinque piani di scale, la macchina è davanti a casa, salgo, accendo il motore, dallo stereo parte Ten cent pistol dei the black Keys, abbasso i finestrini e parto. Dal quartiere Navigatori, dove ho l’appartamento, attraverso ponte catena ed entro in Borgo Treno, costeggio l’Adige che giace stanco alla mia destra nell’afa cittadina di questo caldissimo luglio, guido per pochi minuti ed eccomi qui. Trovo subito parcheggio in lungadige Cangrande, l’unico libero, una bella fortuna, che sarei venuto a piedi ma ero in ritardo, scendo, chiudo la macchina e guardo.

Non mi stancherò mai di dire quanta e tale fortuna sprecata abbiamo in questo Paese. Credo senza dubbio e per esperienza guadagnata “sul campo” del mio lungo viaggio per il mondo, credo senza dubbio che questo sia il paese più bello, più bello nel senso classico del termine, bello in senso assoluto. Poi ci manca gran parte della nuova bellezza, che fa la fortuna degli altri paesi del mondo, una fortuna che loro si sono costruiti con una chiara progettualità per una vita urbana spettacolare, organizzata e fruibile. Noi invece abbiamo questa assurda e meravigliosa eredità della storia e la lasciamo piano piano degradare, come i più banali degli scapestrati ereditari di grandi ricchezze. Ma rimane il fatto che nessuno ha quello che abbiamo noi, è scontato, ma è così, e noi non lo capiamo fin in fondo.

E basta questo, basta fermarsi in un qualsiasi posto di una normale cittadina d’Italia, fermarsi in un giardino, piazza, parchetto, chiamatelo come volete lo spazio dei Giardini Pubblici Arsenale, ma ti fermi qui e ti rendi conto che il nostro non è un paese normale. Sono qui, con il ponte Scaligero e Castelvecchio alla mia destra, il fiume Adige poco sotto con il suo argine in pietra che accoglie due pescatori, al di là dal parco l’Arsenale austriaco di metà ottocento, bellissimi palazzi dappertutto e capisci che qualunque angolo di una città italiana è un angolo che in qualunque altro paese del mondo sarebbe meta turistica descritta, studiata, valorizzata e ricercata. Mi è capitato più volte in giro per esempio tra Asia o America, di fare parecchi chilometri per raggiungere una destinazione che mi era stata descritta come imperdibile e una volta arrivato, trovarmi un posto che nulla aveva a che far nemmeno con lo spazio in cui mi trovo ora. E se penso che in questi giardini fino a qualche mese fa non veniva quasi nessuno… e ora?

E ora voglio solo dire che fa ancora più incazzare vedere come la gente, la gente normale, abbia solo bisogno di spazio, sia assettata di spazio, sia bisognosa di vivere, di giocare, di essere ascoltata. Basta riempire di acqua un buco già esistente, tagliare l’erba, mettere tre lampioni e il gioco è fatto. Sto sminuendo, sintetizzando, lo faccio apposta, voglio solo dire che un’idea giusta, un’idea ben congegnata è tale quando appare semplice a chi la vede, ed è importante come l’ossigeno, come questo giardino e il suo vascone che sono diventati da subito un punto di riferimento per la nostra città. È cosi semplice? No, certo, non è semplice come sembra, la riqualificazione di quest’area è un progetto intelligente e lineare, ha riguardato anche la viabilità togliendo asfalto per mettere verde e marciapiedi (si, avete sentito bene, pazzesco no?), ma è semplice il fatto che le persone, le città, abbiano bisogno di vivere, di avere un loro spazio nel mondo, e questo spazio se viene ben creato, non rimarrà lì, verrà succhiato, spremuto, sfruttato.

Creerà aggregazione, risate, soldi, porterà come davanti ai miei occhi ora bambini in mutande a correre entusiasti in questo specchio d’acqua di 10 cm, altri ragazzi attraversarlo in bicicletta, mentre tre anziane signore sedute sulla bianca pietra di Prun del bordo vasca chiacchierano con i piedi in ammollo e i turisti si fanno le foto rispecchiando nell’acqua i loro sorrisi. Poco più in là un chiosco con una ventina di persone sedute a bere una birra, o un caffè, o prendere un gelato, e poi madri con le carrozzine, ciclisti, turisti, e ancora una signora che legge un libro, persino un uomo in costume che si spruzza non so quale untissimo olio con una specie di spray e cammina a bordo vasca parlando al telefono, prendendo il sole, rinfrescandosi.

Ci sono due gruppetti di ragazzi che fumano e chiacchierano, e perché sono tutti qui? Perché c’è uno spazio pensato per loro, perché qui c’è una novità, in una città come Verona, una novità che li ha portati fuori di casa e li ha fatti arrivare qui, qualunque sia il motivo, se il caso, la vicinanza, la volontà, non importa, a me importa solo che mi dovevo trovare con una amica per prendere un aperitivo e ho pensato subito di darle appuntamento qui, per vederci, per vedere che sarà di noi. Ed eccola arrivare, puntuale, bellissima, con il casco in mano, il motorino appena parcheggiato, ci salutiamo a bordo vasca, passeggiamo fino al chiosco, prendiamo due birre, torniamo all’acqua, il sole ancora forte che sta iniziando la sua discesa verso la notte e posso dire che va bene così, almeno per oggi.