Homo faber

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Il viaggio alla scoperta della storia personale e del lavoro di alcuni maestri artigiani veronesi prende avvio con Agostino Boggian, fabbro

 


Testo: Alessio Fasoli
Foto: Michele Mascalzoni

C’era una volta la scuola dei mestieri. È questa l’espressione più appropriata con la quale iniziare un racconto che ci condurrà alla scoperta della storia personale e del lavoro di alcuni maestri artigiani veronesi.
Parlare di artigianato oggi ha forse ancora più senso di ieri, poiché la globalizzazione e la produzione industriale stanno lentamente cancellando tutto quel mondo fatto di esperienza tecnica e pratica, una tradizione caratterizzata da una profonda conoscenza dei materiali, e una storia di “segreti” tramandati da maestro ad allievo. Queste conoscenze perpetuate sono la nostra eredità culturale.
Il primo personaggio di questa rassegna si chiama Agostino Boggian, fabbro per scelta e non per dovere. “Tutto deve nascere dalla passione”, così inizia la sua testimonianza.

 

 

Sono i primi anni 70 quando viene introdotto nella bottega ai Filippini del maestro Dalla Vecchia, a quel tempo il primo concorrente dell’altro mito del settore, quel Berto da Cogolo – maestro della scuola di fabbri della Val d’Illasi – i cui allievi quale ancora oggi si affermano fieramente eredi, quasi a dimostrare una diretta discendenza di sangue.
Boggian inizia il suo impegno in bottega per lavorare alla forgia, una scelta ritenuta atipica in un periodo in cui il ferro battuto era ai minimi storici, non essendoci questioni di stile o di gusto in quanto l’edilizia richiedeva quantità e non qualità. Per due anni sperimenta l’arte forgiando il materiale in officina, e ricorda con tono malinconico di quando andava a comperare il ferro in via Cavour, dove oggi si trovano negozi alla moda e un tempo botteghe artigiane. Spinto dalla curiosità di scoprire nuovi percorsi, Boggian inizia presto a lavorare come modellista di fibbie di scarpe per un’azienda della zona industriale, dove ha la fortuna di conoscere una persona che lo introduce allo scultore Miguel Berrocal: “e lì, l’è stà una bella palestra”.

 

 

È il 1974 quando inizia a collaborare con quello che diventerà presto il suo vero mentore. Nel laboratorio di Negrar c’era la possibilità di sperimentare quotidianamente temi e materiali differenti, e di affrontare situazioni cervellotiche. Berrocal, famoso per i suoi multipli componibili, scendeva nel suo laboratorio con uno schizzo e affidava ai collaboratori il delicato compito di progettare il modello. Era una mansione complessa, il disegno doveva essere scomposto in più pezzi in una sorta di puzzle tridimensionale al contrario, da risolvere empiricamente. Il lavoro dal maestro era così “un continuo dilemma, una continua correzione fino a quando non lo si era compiuto”. Completato il modello, lo si portava in fonderia dove veniva riprodotto in copie limitate con la tecnica della cera persa. Solo il tempo e l’esperienza gli permettono di ideare un proprio metodo, per la risoluzione dei problemi in maniera più veloce ed efficace.

 

 

Finita la collaborazione con l’artista spagnolo, la vita di Boggian entra in una parentesi piuttosto lunga, che lo vede cofondatore di un’azienda di arredo bagno e che per oltre 25 anni lo tiene lontano dalla sua passione. Definisce questo lasso temporale come “la parentesi del cessivendolo”.
Nonostante tutto, ha comunque la possibilità di esprimere il suo talento: capitava che dovesse modificare dei pezzi standard, e racconta come il cliente restasse incredulo di fronte alla perfezione del pezzo finito. Sono anni interessanti, utili a conoscere approfonditamente il settore dell’arredo bagno, esperienza questa che gli diventerà poi vantaggiosa.

 

 

Nel maggio del 2000, a trent’anni dal primo impiego per Dalla Vecchia, decide di saltare il fosso e apre la propria bottega. La ventennale esperienza nel settore dell’arredo bagno gli permette di creare una linea di lavabi in rame o alpacca. “C’era l’idea ma non la conoscenza”; costruire oggetti di questo tipo voleva dire impadronirsi della tecnica dell’imbutitura.
Torna allievo, questa volta di Renzo Zanoni, maestro nell’arte dell’imbutitura della lastra in rame. Diventa abile nell’uso delle varie lengue, termine utilizzato per indicare l’incudine, o il pal usato per battere la lastra: pochi arnesi che diventano i suoi strumenti di lavoro. “Abbiamo visto delle magie eseguite con niente, ci deve essere un sapere di testa e un sapere di mani” racconta Ago, aggiungendo anche una storiella particolarmente significativa per comprendere quale sia per lui lo spirito che muove l’artigiano. Un tempo, per mettere alla prova l’abilità di un lavoratore, i ramaioli gli facevano realizzare una sfera partendo da un disco piatto: la bravura consisteva non solo nella sfericità che riusciva a conferire, ma anche nel minor numero di calde che dava. A forza di battere, il materiale tende a incrudire diventando rigido e difficile da plasmare, sicché per renderlo lavorabile lo si scalda(da qui il termine calda). A quel tempo la manodopera costava poco, mentre il forno era particolarmente oneroso: per cui la bravura nell’ottenere il pezzo con il minor numero possibile di calde voleva dire ridurre il costo di produzione. Se i tempi non cambiano, allora devono essere le persone a farlo.

 

 

“Oggi sembra essere sparita la visione d’insieme delle cose, gli artigiani sono bravissimi nel loro mestiere, sono riusciti a ridurre i costi e i tempi di realizzazione, questa è diventata l’epoca della specializzazione”. La capacità di lavorare conoscendo tutte le problematiche dell’intero iter produttivo è un requisito fondamentale per evitare l’insorgere di spiacevoli equivoci fra diversi professionisti: la specializzazione sta rovinando questa competenza generale, se vogliamo “umanistica”, del mestiere. Il creativo, prosegue Boggian, “deve avere la sensibilità di comprendere le problematiche di tutto e tutti e raggiungere un risultato che sappia rispondere al meglio alla richiesta formulata dal committente”.

 

 
In questo atteggiamento si può fare un parallelo con il mestiere dell’architetto: anche in questo caso, la specializzazione sta rovinando quella visione d’insieme che rendeva la nostra professione umanistica per eccellenza. “Il bravo architetto non deve saper costruire il pezzo, ma deve avere cognizione delle varie lavorazioni. Quando progetta, deve conoscere i materiali”. Alla domanda di quale sia il suo rapporto con gli architetti, risponde affermando quanto sia bello lavorare con loro per la possibilità di sperimentare forme e materiali diversi. Fra i suoi clienti si possono citare nomi di illustri professionisti, veronesi e non.

 

 
La condivisione delle idee tra architetto e artigiano porta dei frutti inaspettati. Il discorso devia inevitabilmente al futuro, il futuro dell’artigiano è critico tanto quanto quello dell’architetto: questi, dopotutto, sono tempi difficili per tutti.
Eppure, la fiducia verso questo mondo è ancora molta, e Boggian è convinto di quanto il prodotto artigianale possa salvare il nostro paese e rilanciarlo verso un nuovo “Rinascimento”. Oggi si parla molto di sostenibilità, e il prodotto artigianale è sostenibile per definizione, poiché è definito dalla capacità di essere tramandabile. Questa peculiarità risiede tutta nella modalità produttiva, dal momento che il prodotto artigianale non ha il limite temporale del pezzo industriale legato alla durata della linea, senza considerare il problema dello smaltimento dei prodotti al termine del loro ciclo vitale, e la possibilità di essere riparato in qualsiasi momento.
Oggi l’unico allievo di Agostino Boggian resta il figlio Alberto: mantenere un giovane apprendista è diventato economicamente insostenibile, le tasse sono troppe, il mercato è debole e lo Stato non aiuta le professioni.
Siamo alla fine di queste pagine sulla vita di Agostino, un racconto iniziato dalla passione nei confronti di un mestiere che, come tanti altri, è un vero tesoro da riscoprire. Immaginando di udire il tempo ritmato dai colpi di martello dati alla lastra di rame sull’incudine, sembra bello concludere con l’ultima citazione del Boggian, la quale riflette perfettamente lo spirito di quest’uomo: “Ogni giorno imparo qualcosa di nuovo, ogni giorno cerco di migliorare”.