Sopra la panca: dialogo con il paesaggio urbano

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Una rassegna di frammenti urbani veronesi, visti attraverso l’osservatorio inusuale di un elemento di seduta pubblica

 

 

Testo: Alessandra Bari
Foto: Elena Brugnara

«La sua aria solipistica non dovrebbe però occultarne il carattere principalmente relazionale, il fatto che essa si presenti sempre all’interno di un sistema spaziale»
Michael Jakob, Sulla Panchina, Einaudi

Quando ci sediamo su una panchina in cerca di un momento di riposo o per osservare un paesaggio, non ci rendiamo conto di quanto questo oggetto, in apparenza banale, funzioni come una vera macchina visionaria. Seguendo una semplice quanto efficace strategia visiva, la panchina apparta dal flusso del mondo crea punti di vista e situazioni particolari, suscita emozioni. Orienta inconsciamente il nostro sguardo e modifica il nostro stato d’animo. Come un apparecchio fotografico mette a fuoco le qualità somatiche della percezione del mondo. La panchina si trasforma in un messaggio, a volte in ironia; ci permette di riflettere sul modo in cui noi fissiamo il mondo partendo dagli oggetti. E fissare il mondo è un atto politico.

1. Giardini dell’Arsenale

Immaginiamo di sederci su una panchina all’interno dell’Arsenale di Verona. Dentro il primo cortile scegliamo quella più isolata. Le panchine sono di legno, realizzate con assi larghe decisamente usurate dal tempo e dall’utilizzo, ma mantengono un’aria accogliente. C’è molto spazio vuoto attorno, lungo il quale si sbroglia imponente l’edificio. La percezione dell’architettura si avvicina più a quella di un castello medievale abbandonato, che all’impressione di un complesso militare. L’ordine della planimetria si percepisce perfettamente anche da quel punto: i pieni e i vuoti creano un equilibrio avvertibile. Nell’immaginario comune si pensa che l’atmosfera fosse in passato molto distante da quella che viene percepita ora: nel XIX secolo infatti il complesso ospitava un insieme di magazzini, depositi e laboratori. Rumore, disciplina, lavoro, strategie immersi nel verde di una natura ordinata e rigogliosa. Oggi il cortile interno è diventato un parco giochi spoglio, abbastanza frequentato e decisamente suggestivo. Il prospetto più lungo che si affaccia sul giardino contrasta con la consueta architettura delle caserme, normalmente più austera e rispondente ai soli fini bellici; anzi sembra quasi rimandare al vicino Castelvecchio. I colori sono chiari, dal rosso al giallo al bianco, e seguono la cromia del centro storico della città.

 

Se è consueto sorridere curiosando tra i bambini che corrono e giocano in quella cornice d’eccezione, rimane stupefacente il fatto che non si incontrino turisti a gironzolare tra gli spazi aperti al pubblico. Ci si imbatte più facilmente in genitori, zii, nonni che accudiscono da lontano la loro progenie, e in cittadini extracomunitari che utilizzano i pochi tavoli di legno a disposizione per fare degli allegri banchetti e pic-nic con le loro famiglie.
Sempre più consueto purtroppo è lo stato di degrado in cui si trova oggi il complesso architettonico, dopo due decenni di incuria da parte del Comune: alcune finestre del secondo piano sono chiuse da assi di legno; qua e là si incrociano piccole impalcature di sostegno strutturale e zone recintate per cantieri deserti. Molto si discute sul futuro di questi spazi, ma paradossalmente è anche questo stato di sospensione e trascuratezza che suscita quel sentimento romantico e così poco pittoresco in chi si siede su una panchina all’ombra di un albero dentro il cortile. La panchina dell’Arsenale è diventata un oggetto polisemico: ci fa riflettere sulla relazione problematica con lo spazio pubblico che ci circonda.

 

 

2. Piazza Corrubio

Una panchina in metallo, grigia. Questa si trova nella nuova Piazza Corrubbio vicino alla Chiesa di San Zeno. Nel mezzo di un quartiere misto che conserva ancora la sua migliore anima popolare, pur essendo così vicino al centro storico della città. Lo spazio pubblico circostante ha ripreso vita, dopo un cantiere lungo tre anni che ha dato origine al parcheggio sotterraneo più chiaccherato di Verona. Ora che la costruzione del parcheggio è terminata si può assaporare un’aria più leggera. Tra i dehors dei locali intorno c’è sempre movimento: chi si prende un caffè, chi un gelato, chi uno spritz o una birra. Poi ci sono le osterie storiche dove si incontrano i san zenati più rock, quelli che ordinano un bianco alle otto di mattina, per intenderci. Il paesaggio urbano è variopinto e questo crea un’atmosfera curiosa, si percepisce energia.

 

 

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La panchina in metallo grigia fa parte del disegno delle aiuole squadrate e simmetriche del nuovo progetto della piazza. Un disegno molto semplice, non ricercato, come quello del verde che in estate diffonde un delizioso profumo di lavanda. Da un lato della piazza si intravede con lo sguardo il piccolo edificio tondeggiante, senza finiture di pregio, che copre il collegamento verticale del parcheggio sotterraneo. Viene spontaneo interrogarsi sulla necessità di progettare e realizzare un parcheggio sotterraneo all’interno di una cornice così mistica… per fortuna le buone vibrazioni del pomeriggio distraggono facilmente e spostano l’attenzione sulla cortina degli edifici che incorniciano la piazza, molto veronese. Piccole case a due, massimo tre piani. Colorate, con molti fiori e piante sui davanzali, sui balconi e sulle terrazze. La cura degli spazi privati intorno ricorda la scenografia cinematografica di un paesello piuttosto che un quartiere cittadino. L’aria è profumata e ogni tanto il rintocco delle campane ricorda la presenza della vicina Chiesa di San Zeno.
È interessante notare come l’arredo esterno di tutti i locali che si affacciano sullo spazio pubblico sia rigorosamente coordinato su tinte tenui che vanno dal bianco al grigio. La seconda nota stonata dopo quella panchina, così fredda e scomoda. A volte le panchine esprimono il bisogno di un disegno del paesaggio e di qualcuno che ci stupisca indirizzando il nostro sguardo.

 

3. Piazza di Borgo Nuovo

La piazza di Borgo Nuovo, delimitata da via Gela, via Selinunte e via Siracusa, è rimasta praticamente intatta dagli anni Ottanta. Gli unici elementi cambiati sono le panchine su cui si può prendere un po’ di ombra mentre si aspetta l’autobus. Una volta erano in legno, assi larghe; ora invece sono state sostituite da sedute grigie in metallo, standard, come vogliono le sobrie linee guida del Comune di Verona. La piazza ha una pianta centrale enfatizzata dalla presenza di un’ampia fontana in mosaico azzurro oggi reinterpretata come un grande vaso, che contiene diverse piante di oleandro. Dietro la fontana si intravede un monumento bronzeo dedicato ai caduti di guerra. Borgo Nuovo, quartiere storico di Verona costruito intorno agli anni Trenta per iniziativa e grazie al mecenatismo del pittore veronese Angelo Dall’Oca Bianca, fu un avamposto dell’esercito nazista durante la seconda guerra mondiale, di cui il monumento si fa monito. Nella zona furono rinvenuti tra l’altro i bunker utilizzati dalle SS. Il giardino comunale è molto utilizzato dagli abitanti del quartiere, soprattutto giovani e anziani. L’edilizia circostante, dagli stilemi piuttosto semplici, è costituita principalmente da servizi per il quartiere e piccoli negozi: la Chiesa a destra, il neonato Centro di Incontro, gli uffici postali e la sede di diverse Associazioni (tra cui il Gruppo Alpini) di fronte, la Scuola Materna Comunale a sinistra.

 

Il verde delle aiuole è poco curato; la pavimentazione della piazza, in cemento, è rattoppata in diversi punti. Due grandi e dimesse fioriere, inserite ai lati esterni dello spazio centrale, creano un fil rouge con gli oleandri piantati all’interno della fontana. Questi piccoli interventi stonati a più riprese ricordano l’origine povera del quartiere, costruito prima per le famiglie di immigrati allontante dal centro storico della città per sviare il problema della mala sanità e del degrado, poi per fornire rifugio temporaneo ai senza tetto. Anche il prospetto longitudinale della Chiesa sulla destra è abbastanza anonimo: un muro giallo intonacato, decorato con finte arcate in cotto dove al centro di ognuna è stato inserito un ovale. Se non si passa all’ora di punta, quando i rumori di auto e motorini diventano più importanti, l’ambiente riserva molta tranquillità e si riescono a sentire le voci dei bambini che giocano nel giardino della Scuola Materna. Nonostante l’incuria e la semplicità generale dello spazio intorno, le panchine della piazza rimangono un buon posto dove fermarsi a leggere un libro; l’ovale nella sua veracità ricorda le cose di una volta: pomeriggi senza pretese, senza compiti, senza smartphone e senza internet.

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4. Giardini Baden Powell

Non capita spesso oggigiorno di sedersi su una panchina di pietra. Refrigerio d’estate e supplizio di inverno. I giardini Baden Powell vicino a Porta Vescovo ne contano ben più di dieci, disposte a cerchio attorno alla fontana rotonda anch’essa in pietra. La posizione non è delle più felici: se da una parte il perimetro è chiuso dalle storiche mura di Verona, dall’altra si apre al traffico periurbano ad alta percorrenza. Anche se l’occhio è da progetto rivolto verso lo zampillio dell’acqua e dei cespugli in essere, l’elevato grado di rumore e l’inquinamento dell’aria rendono il giardino poco frequentato anche da parte di quei personaggi più noir. L’ambiente è piuttosto disadorno, il verde molto presente è naturalmente rigoglioso. La pavimentazione di cemento abbassa la soglia di biodiversità: qualche ciuffo verde si insinua nelle crepe e tra i rattoppi. Lo stile è molto pulito, allineato al razionalismo italiano del dopoguerra.

 

 

La fontana sembra un piccolo monumento, un tempietto circolare costruito attorno ad una sfera di cemento arancione tenue. I restanti colori sono il verde dell’erba e degli alberi, il bianco della pietra con cui sono realizzati gli arredi e il rosso del mattone delle mura. Rimanere seduti per più di una ventina di minuti diventa un record; ma la colpa non è della panchina. Guardare Verona da questa cornice non può che renderle ingiustizia; troppe automobili, troppi autobus rumorosi per una città così piccola, dove il centro storico si percorre a piedi in un paio d’ore e la bicicletta è ancora il mezzo più usato solo la domenica. Forse chi ha progettato quel piccolo giardino ha cercato di condizionare l’occhio dell’avventore verso il centro, per fargli dimenticare le brutture dell’intorno. Le panchine di questo spazio negletto ci pongono di fronte ad una contraddizione: rappresentano un invito a sedersi e fissare qualcosa previsto da un altro (atto politico) e nel contempo sfidano l’individualità radicale dello sguardo.
La panchina è una metafora dell’architettura del paesaggio, la cui qualità in questo caso è inversamente proporzionale all’età delle sedute prese in esame. Dare attenzione alla ricerca e alla progettazione di panchine significa dare attenzione agli abitanti e dare loro la possibilità di riappropriarsi del mondo. Chi permette allo sguardo di andare in tutte le direzioni ha rispetto per il territorio, per chi lo abita. È importante dare la possibilità ogni tanto di fermarsi, di fare una sosta: il paesaggio è un arresto, un momento dove ci si ferma e si congela l’immagine del mondo; e questa immagine del mondo diventa paesaggio.

 

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