Una nobile storia di palazzo, di città e di università

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Le molteplici tappe della vita dell’antica dimora intitolata ai Giuliari in Veronetta, dalle origini al ruolo propulsivo come sede dell’ateneo cittadino fino agli ultimi adeguamenti

 

 


Testo: Berto Bertaso

GLI ANTEFATTI STORICI

“Prendi i soldi e scappa” avrebbe potuto essere, opportunamente adattato, l’icastico motto dell’arme dei Giuliari, aulico aggiornamento dell’originario de Oliariis qualificante dello status mercantile di provenienza familiare. Iacopo de Oliariis, tuttavia, non era certo paragonabile a Virgil Starkwell, il ladruncolo protagonista del famoso film di Woody Allen del 1969. Era difatti nientemeno che un conte palatino, membro di una delle famiglie più importanti della Padova del Trecento, cosi come suo fratello con il quale nel 1373, durante la guerra dei “Confini” tra i Carraresi e la Repubblica di Venezia, fuggì nei territori scaligeri con i 37.000 ducati che avrebbe dovuto custodire quale tesoriere del suo Signore.
Quando acquisirono in eredità dai Guagnini, indicativamente intorno al 1591, il palazzo in contrada San Paolo, i Giuliari erano ormai ab immemorabili, una delle casate veronesi più importanti. Di quell’originario immobile, probabilmente di fondazione quattrocentesca, non rimangono che labili tracce ancora leggibili nello stratificato palinsesto planimetrico e prospettico. Prima ancora dei Guagnini, che ne furono possessori all’incirca per un ventennio, è significativo annotare come l’immobile fosse stato prima ancora di proprietà di un’altra nobile famiglia cittadina, i Fracastoro, in particolare di un ramo della stessa rappresentata da Aventino, Capitano della Cavalleria della Repubblica Veneziana. E se, con tutta probabilità, è ai Fracastoro che va ascritto il merito dell’erezione del Palazzo quattro-cinquecentesco, è ai Guagnini che va quello di aver arricchito il suo interno con gli importanti e rappresentativi affreschi di Paolo Farinati e della sua bottega. Da poco installati, nel 1595 i Giuliari si rivolsero anch’essi al Farinati per la realizzazione di un ulteriore intervento pittorico al piano terreno, del quale oggi rimane ben poca cosa. Al contrario del lavoro commissionato dai Guagnini al Maestro – del quale la storiografia recente ha riscoperto anche l’attività di architetto e che, anche per motivi di cronologia, è lecito non escludere in assoluto un possibile intervento dell’artista nell’aggiornamento cinquecentesco della fabbrica – nel loro breve periodo possessorio, rimangono ben tre sale al piano nobile fasciate dai fregi affrescati dell’artista. Tali decori sono significativi del prestigio che l’immobile rivestiva quale concreta testimonianza di un incontestabile status sociale raggiunto e orgogliosamente dichiarato dai proprietari; i quali tuttavia non avrebbero potuto prescindere dal reclamare, parimenti, una facciata sulla pubblica via di almeno pari decoro di quello declamato nei prestigiosi interni. Per quanto attiene le parti prospettiche, per come l’immobile è giunto ai giorni nostri dopo gli importanti interventi settecenteschi, è solamente ipotizzabile, anche per un deficit documentale, quale fosse il loro originario assetto. Alcuni studiosi avanzano l’ipotesi di un possibile suggestivo – quanto improbabile – intervento sanmicheliano, seppur linguisticamente declinato in tono minore rispetto alle architetture cittadine create dal Maestro per i Canossa, i Bevilacqua, gli Honori e financo per i Pompei, nel vicino palazzo fronteggiante l’Adige in prossimità dello scaligero Ponte Navi. La mano del grande architetto, o chi per lui, dovette essersi probabilmente limitata al disegno di elementi sintattici strategici, quali il portone d’accesso sulla strada principale e quelli sul cortile interno, lasciando la facciata intonacata priva di apparati decorativi se non quelli classici di definizione dei fori finestrati, delle cornici marcapiano e marcadavanzali e, forse, di un bugnato basamentale. Alcuni di questi originari elementi architettonici sembrano difatti, ancor oggi, “galleggiare” quasi ponendosi su un piano prospettico a sé stante rispetto al mirato scenografico maquillage prospettico realizzato con la riforma settecentesca delle facciate. Tale discrasia è particolarmente evidente nei due portali bugnati della facciata orientale del cortile interno, che sembrano estraniarsi – quasi una testimonianza archeologica – dal rimanente contesto prospettico del cortile settecentesco. Il prospetto principale su Via Campofiore (ora Via dell’Artigliere) doveva ricalcare la composizione di quello posteriore, ancor oggi visibile su Via Timavo, differenziandosi da esso probabilmente per una maggiore importanza dell’apparato esornativo delle aperture, in particolare quella del portone d’accesso, ed anche della definizione sommitale con un importante sporto di gronda, scandito da decorativi modiglioni lignei sorreggenti una sporgente cornice. Tale apparato fu rimosso con i lavori di sopraelevazione del sec. XVIII, come riporta Bartolomeo Giuliari nel suo puntuale “Raguaglio”, una sorta di compendio narrativo dei lavori realizzati da lui e, in precedenza, dal prozio Ignazio Pellegrini.

 

 

GLI INTERVENTI SETTECENTESCHI: L’ARCHITETTO E IL DILETTANTE

Bartolomeo Giuliari (1761-1842) era tornato a Verona nel 1780 dopo aver completato la sua formazione scolastica a Milano, dove aveva avuto modo di coltivare il suo pronunciato penchant architettonico seguendo gli autorevoli insegnamenti di Marcellino Segrè, già allievo del Vanvitelli e collaboratore del Piermarini. Il nonno di Bartolomeo, Girolamo Giuliari (1700-1784) aveva provveduto attorno agli anni 1750-52 all’esecuzione di una serie d’importanti lavori di riassetto dell’avita dimora, rivolti tuttavia precipuamente a un recupero strutturale e “impiantistico” (condutture dell’acqua, pozzi, reti di drenaggio dell’acqua meteorica, etc.) di un organismo edilizio probabilmente afflitto da un’esiziale e protratta cronica incuria.
Ben altra valenza ebbero invece i lavori iniziati intorno al 1779, commissionati sempre da Girolamo Giuliari, all’esperto Ignazio Pellegrini, già, in terra toscana, autorevole architetto ed ingegnere granducale. Dal progetto dello stesso, tramandatoci all’interno dell’accurato “Raguaglio” del nipote, è possibile capire quale fosse l’importante valenza del disegno volto a sovvertire l’assetto della fabbrica cinquecentesca, a seguito e in funzione delle nuove acquisizioni immobiliari messe in atto dai Giuliari verso settentrione. Il monumentale scalone, preceduto da un altrettanto monumentale atrio, sposta difatti il baricentro della composizione planimetrica aggiornando, nel contempo, l’architettura interiore della fabbrica. Di scaloni monumentali il buon Ignazio doveva intendersene visto che, a Firenze, ne aveva progettato uno splendido d’accesso agli Uffizi, rimasto tuttavia sulla carta, mentre sempre a Verona ne introdusse un altro nel riassetto complessivo che compì in Palazzo Emilei. Il tema in seguito dovette essere assurto a elemento qualificante, nel contesto del riassetto di dimore nobiliari, se anche Adriano Cristofoli (1718-1788) nel suo intervento in Palazzo Salvi-Erbisti in Via Leoncino, lo adottò con grand’enfasi. Infine, quello dello scalone doveva essere ormai diventato un intervento di routine, se nell’osservare il progetto dell’ingegner Giuseppe Erbesato (1793-1847) per la ristrutturazione della sede municipale di Isola della Scala, l’Ingener Capo dell’Imperial Regio Ufficio, all’incirca nel 1826, ne impose uno, in vece di quello proposto, “con due rampe che a metà del corso confluissero su un patio e che da esso si proseguisse con un solo ramo” ovvero quello che si può veder ancor’oggi anche se a rampe invertite!

 

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Quando nel 1790 un ormai maturo Bartolomeo, alla morte del prozio materno, prenderà in mano le redini dei lavori del palazzo di famiglia, sembra percepire l’intervento di Ignazio – come traspare nei velati commenti critici presenti all’interno del suo “Raguaglio” – quale una sorta di limitante incipit alla propria attività progettuale. La facciata sulla pubblica via viene da lui dilatata sia in lunghezza, includendo le ultime acquisizioni immobiliari verso nord, che in altezza con la sopraelevazione di un piano. Nella definizione formale della facciata, Bartolomeo sorprendentemente si limita a un riordino prospettico, introducendo un nuovo portale nella parte ampliata che riprende simmetricamente quello esistente. Le finestre del piano nobile vengono sottolineate con un raccordo lapideo mistilineo tra l’arco a tutto sesto e la cornice trabeata sommitale. Tale tipologia di coronamento è un leitmotiv neorinascimentale in gran voga in diversi progetti di aggiornamento prospettico di nobili palazzi veronesi del settecento.
Quasi un unicum è invece l’importante fregio lapideo, introdotto a marcare il sottogronda della facciata principale e del cortile interno, riportante la simbologia degli stemmi dei Giuliari e dei Dal Pozzo quale esibito segno della strategica unione delle due famiglie sancita con il matrimonio fra Bartolomeo e Isotta. Bartolomeo Giuliari in quegli anni è indubbiamente una delle personalità eminenti della cultura veronese, presidente influentissimo dell’autorevole Commissione d’ornato cittadina e mentore di quello che sarà il protagonista dell’architettura ottocentesca cittadina: Giuseppe Barbieri (1777-1838). Al contrario di quest’ultimo con la sua imponente opera realizzata, il Giuliari rimane più un raffinato teorico, e in questo senso sorprende che non abbia realizzato quantomeno a livello progettuale un intervento clamoroso e scenografico sul prospetto del palazzo di famiglia quale affermazione della sua architettura rispetto a quella declinata interiormente dal prozio.

 

 

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Ma è all’interno dove Bartolomeo si rivale, contrapponendo l’enfasi quasi “pubblica” dello scalone con quella “privata” ma altrettanto clamorosa della nuova biblioteca, illuminata zenitalmente dagli innovativi ampi lucernari. L’invenzione del Giuliari, parimenti a quella del prozio, ha un’ispirazione “foresta”, retaggio del Petit tour compiuto nel centro Italia alla fine degli anni ’70 in compagnia, tra gli altri, di Ignazio Pellegrini. E se lo scalone aveva permesso di spostare il baricentro del palazzo precostituendone lo sviluppo orizzontale – divenendone nel contempo il cuore distributivo – è la bellissima scala elicoidale che assurge a trait d’union verticale tra l’opera del Pellegrini e il nuovo piano attico, e precipuamente la biblioteca del Giuliari, quale vero proprio centro razionale e pensante della rinnovata macchina residenziale. L’ultimo grande intervento del Giuliari all’interno del Palazzo è quello che interessò la decorazione parietale dei saloni del primo piano, ma anche della biblioteca. Bellissimi le pitture e gli stucchi – per i quali si rimanda al dettagliato apporto di Monica Molteni – che testimoniano l’attenta e originalissima progettazione iconografica delle numerose rappresentazioni presenti. Sempre al primo piano, all’interno della sala Barbieri, si possono ammirare le opere pittoriche di un giovane Cannella eseguite su disegno del Giuliari, mentre nella biblioteca troviamo i finti marmi delle volte che scendono anche a definire le superfici delle ampie scaffalature inquadranti i preziosi volumi. Curiosamente, ma non troppo, la scalone del Pellegrini venne pressoché escluso dal progetto decorativo del Giuliari, quasi a rimarcarne una dichiarata incoerenza “stilistica” nella renovatio complessiva della fabbrica settecentesca.

 

GLI INTERVENTI MODERNI

Dopo la morte nel 1842 di Bartolomeo Giuliari, le avvedute e strategiche politiche matrimoniali permisero la continuazione del casato durante tutto l’Ottocento, ma tuttavia non impedirono, attorno alla metà del Novecento, la sua estinzione con la morte dell’ultima rappresentante della famiglia, la contessa Elena Giuliari vedova Tusini. Quest’ultima, nel 1960, con il lascito del Palazzo al Consorzio per gli Studi Universitari di Verona – costituito su impulso dell’Amministrazione Provinciale, del Comune e della Camera di Commercio – permise di fatto la costituzione del primo fondamentale nucleo dell’università scaligera. Tale importante iniziativa ben si colloca nelle intraprendenti temperie degli anni Cinquanta e Sessanta tra gli episodi fondamentali per lo sviluppo economico e urbanistico di Verona. L’iniziale entusiasmo, tuttavia, si scontrò presto con le numerose difficoltà politiche ed amministrative e si decise, per sbloccare la pericolosa impasse, d’innestare il nascente ma debole frutice veronese su quello secolare e prestigioso dell’Università di Padova. Il compromesso, seppur un po’ mortificante per le autarchiche ambizioni veronesi, permise in extremis lo strategico riconoscimento del Corso di Laurea della facoltà di Economia e Commercio, avviato appena tre anni prima.

 

 

GLI ANNI SESSANTA, L’UNIVERSITÀ, LUIGI CALCAGNI & LUCIANO CENNA

I primi passi dell’Università veronese, come abbiamo visto, poterono compiersi sotto la tutela di quella prestigiosa di Padova. Il know-how dell’ateneo patavino permise con un tempestivo restauro la rifunzionalizzazione di Palazzo Giuliari quale sede unica universitaria. Significativa è una foto di cantiere del 1967, ambientata sulla copertura del fabbricato in ristrutturazione, dove sullo sfondo è possibile leggere l’inconfondibile sagoma moderna dell’attico vetrato della costruenda sede di Economia e Commercio. A collaborare con l’Ufficio Tecnico dell’Università di Padova fu chiamato un giovanissimo Luigi Calcagni, che da allora iniziò una fruttuosissima e lunga collaborazione, assieme al collega Luciano Cenna, con l’istituzione universitaria veronese. I lavori che interessarono Palazzo Giuliari ne permisero il totale recupero strutturale, l’adeguamento impiantistico e l’implementazione al suo interno delle nuove funzioni didattiche, permettendo nel contempo l’importante ritrovamento, sotto le ridipinture ottocentesche, degli affreschi cinquecenteschi di Paolo Farinati, prontamente restaurati da Pier Paolo Cristani. Gli interventi di consolidamento strutturale ebbero una parte importantissima, seppur poco visibile, tra quelli complessivamente realizzati. I fabbricati storici, ed in particolare Palazzo Giuliari, sono il risultato di un palinsesto edilizio frutto di diacronici ampliamenti e soprelevazioni: le murature, nella maggior parte costituite da apparecchiature eterogenee (sassi di fiume, pietra tufacea, etc) con allettamenti di malta di calce aerea, complessivamente non fornivano alla muratura la coesione richiesta. Senza contare il probabile deficiente ammorsamento murario, oltreché quello tra murature verticali e orizzontamenti lignei che doveva, significativamente, compromettere l’ideale funzionamento scatolare delle strutture, in particolar modo a fronte di eventi sismici. Di quell’intervento salta all’occhio con evidenza ancora oggi, quasi un marchio di fabbrica, l’innovativo accesso pedonale posto nell’androne di quello principale, che con un linguaggio di schietta matrice scarpiana riuscì a coniugare con grande efficacia cemento armato, profili di travi in ferro e vetro. Del progetto pubblichiamo alcune delle tavole generali (piante e sezioni) e quelle relative alla bussola d’ingresso con i particolari costruttivi: in questi elaborati si apprezza la manualità del disegno che rappresenta, per i numerosi giovani architetti “nativi digitali”, una pratica quasi archeologica d’altri tempi. Unico piccolo neo di quei lavori di adeguamento appare, a posteriori, l’aggiunta edilizia su Via Timavo, che andò a saturare il preesistente ambito cortilizio, la cui probabile e pressante necessità funzionale non permise probabilmente un’adeguata ponderazione del suo seppur retrostante impatto contestuale. Ancorché per poco tempo, Palazzo Giuliari rappresentò in toto l’Università di Verona condensando al suo interno tutte le funzioni direzionali, amministrative e soprattutto didattiche. Fu il primo importantissimo passo di un percorso che portò ad un’endemica, progressiva espansione immobiliare dell’Università in Veronetta, e che vide lo Studio Calcagni-Cenna quale principale protagonista di quell’exploit architettonico.

 

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IL RESTAURO DELLE FACCIATE

Tra il 2006 e il 2008 Ufficio Tecnico dell’Università di Verona ha progettato con la collaborazione della Soprintendenza per i Beni architettonici e il Paesaggio, gli interventi di restauro della monumentale facciata di Palazzo Giuliari ben delineati dall’arch. Elena Nalesso nelle schede “Materiali e tecniche” del citato volume, dove vengono descritti i materiali che caratterizzano la storica facciata, la tipologia del degrado e le tecniche utilizzate per il loro recupero. In questo contesto sarebbe stato interessante osservare sulla presenza del bugnato basamentale, nell’economia stilistica, pur prendendo atto della sua incontestabile storicità (vedi gli originali disegni del Pellegrini all’interno del già citato “raguaglio”). Esso appare difatti, nel contesto della facciata, quasi un elemento lessicale incompiuto se non estraneo alla sintassi stilistica. Il suo arrestarsi all’altezza dei piedritti degli emergenti portali sembrerebbe costituire un compromesso mal riuscito fra il possibile limite inferiore – in corrispondenza della fascia delle piccole aperture basamentali – e quello superiore in prolungamento delle bugne dei portali, comprese quelle di definizione degli archi degli stessi e la loro modanatura sommitale.
Detto questo, si prende spunto in questa sede per rendere merito all’Ufficio Tecnico dell’Università, e in particolare al suo responsabile architetto Gianfranco Arieti, della qualità degli interventi, sia progettati direttamente che di quelli seguiti come Responsabile Unico del Procedimento. Il ruolo del R.U.P., il più delle volte mal conosciuto e mal compreso, costituisce tuttavia la strategica irrinunciabile regia dell’opera pubblica, indispensabile come nel caso in questione per la buona riuscita della stessa.

 

 

 

UGO CAMERINO E LA “MESSA A NORMA”

Dopo l’importante e riuscitissimo intervento della Biblioteca Civica (cfr. «AV» 90, pp. 83-85) l’arch. Ugo Camerino varcando l’Adige si è cimentato in Veronetta su Palazzo Giuliari. A dire il vero, l’incipit del presente articolo era scaturito dalla volontà redazionale di recensire proprio l’intervento dell’architetto veneziano, ma in corso d’opera la debordante storicità di questo importantissimo episodio urbano ci ha felicemente obbligato a una articolata diversione testuale. L’incarico che l’Università ha conferito al professionista, a seguito di una selezione, riguardava nello specifico “Lavori di restauro per l’adeguamento funzionale dei locali e l’abbattimento delle barriere architettoniche”. Al termine dei lavori, tale dizione appare decisamente riduttiva rispetto a quanto effettivamente realizzato. E se il progetto in questione non è minimamente paragonabile a quello della Biblioteca Civica, c’è indubbiamente da riconoscere a Ugo Camerino la grande capacità di caratterizzare e marcare con inaspettati dettagli di personalissima qualità espressiva ambiti residuali e quasi nascosti, come le icastiche istantanee di Alessandra Chemollo bene documentano. Così facendo, un’anonima finestra da tetto collocata all’interno in un corridoio finitimo all’elegantissimo atrio della Biblioteca del Giuliari si trasforma in una plastica scultura architettonica, così come una anodina scala in ferro preesistente, posta in uno spazio di servizio e collegamento vicino alla scalinata d’onore del Pellegrini, si trasmuta in un colorato e dinamico volume aereo. L’architettura moderna in tal modo non intacca minimamente la storicità dell’edificio storico, ma al contrario dilatata inaspettatamente i suoi spazi aggiornandoli linguisticamente.

 

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Con modi più sommessi, Camerino è intervenuto sullo spazio dell’atrio, salvaguardando fortunatamente l’episodio progettuale sopra riportato, disegnato da Calcagni e Cenna, consentendo così una significativa diacronica lettura degli interventi “moderni” sullo storico fabbricato. Meno riuscito sembrerebbe invece il maquillage del vano scale esistente a servizio degli spazi fronteggianti via Timavo, che non riesce a sorprendere e convincere come negli ambiti sopra citati. L’incarico si è successivamente dilatato portando una diffusa vivace nota di colore, rivitalizzando in tal modo le splendide cromie delle sale del piano nobile, con la valorizzazione per contrasto degli splendidi stucchi settecenteschi del Giuliari, compresi quelli presenti all’interno dell’elegantissima scala elicoidale e della sua aggraziata cupola con lanterna. Si è inoltre provveduto a metter mano all’illuminazione, evidenziando come il progetto illuminotecnico per Camerino sia parte integrante e qualificante delle sue realizzazioni. Nel nostro caso l’intervento si è declinato con due differenti gradazioni: a forte sottolineatura nei nuovi spazi “tecnici”, e in modo meno impattante, ma non meno efficace, nella delicata “messa in luce” delle storiche sale del primo piano. Si è inoltre provveduto alla verifica sismica, di estrema importanza per determinare l’idoneità statica dei fabbricati storici e, conseguentemente, degli eventuali lavori di miglioramento da effettuare per renderli idonei.

 

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Non si tratta di poca cosa nell’ambito di un territorio che presenta una sismicità diffusa e che risulta particolarmente esiziale, appunto, nei centri storici dove si concentra la maggiore vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio italiano. Malauguratamente, anche per gli alti costi di detta procedura, non sono molti gli enti pubblici che hanno provveduto ad adempiere a tale obbligo. Va dato merito all’Università del buon esempio dato, che fa complessivamente dell’intervento di restauro di Palazzo Giuliari un modello progettuale ed operativo di adeguamento e valorizzazione di una rilevante e stratificata testimonianza dell’edilizia storica intramuraria veronese.

PER LE NOTE AL TESTO E PER I CREDITI DELLE IMMAGINI SI RIMANDA ALL’EDIZIONE CARTACEA

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